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Storia della banca mondiale e del fondo monetario

Appello ai partecipanti al vertice FAO

Patto di lavoro dei fori sociali

Pagina aggiornata dalla WebMistress     il 18/1/2002

Appello ai partecipanti al vertice FAO


Non perdere la memoria. Non perdere il futuro. Sovranità alimentare per i Popoli e le genti!

Noi che non potremo venire a Roma, al Vertice FAO, vi salutiamo!
Noi, contadini, braccianti, Popoli Indigeni, che siamo stati strappati dai campi, perseguitati ed oggi siamo imprigionati, vogliamo esservi vicini perché voi sostenete le nostre ragioni. Siamo prigionieri dentro celle senza futuro nelle Filippine o in Bolivia, sepolti da cumuli di menzogne nelle prigioni del Brasile o in Indonesia, costretti a nasconderci come malfattori solo per aver dato voce alle speranze di quanti vogliono una terra per vivere e mangiare secondo il loro appetito in India o in Africa. Abbiamo subito arresti e processi solo per aver difeso il diritto di tutti noi a vivere una vita degna producendo un cibo giusto e sufficiente per quanti vivono su questa terra, fuori dal controllo e lo sfruttamento da parte di un pugno di imprese e di potenti che pretendono di imporre le loro regole al Pianeta intero.

Noi stiamo combattendo
· Per la sovranità alimentare
· Per un'agricoltura diversificata, sostenibile e fondata sul lavoro
· Per un cibo sano e di qualità
· Per una moratoria nell'uso degli Organismi Geneticamente Modificati (OGM)
· Per una giusta ed equa remunerazione del nostro lavoro
· Per una rapida riattivazione di programmi di riforma agraria giusti e radicali
· Per una OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) fuori dal cibo e dall'agricoltura

Vogliamo sostenere con forza i nostri mille giorni di resistenza, le mille e mille voci che si levano, da ogni sospiro diverso della Terra, a dare cuore e gambe alle nostre speranze. Per questo noi chiediamo ai Movimenti, alle ONG alle altre Organizzazioni della Società Civile di attraversare, per noi, la città di Roma, il 8 di giugno, sostenendo le nostre ragioni e portando alto il nostro grido Tierra y dignitad! Terra e dignità! Perché il mondo lo senta e allora noi non saremo più soli dentro le nostre prigioni.

I FIRMATARI DELL'APPELLO:

Filippine: Manolito Matricio (ex membro del consiglio nazionale di KMP), Ruben Balaguer, Gelito Bautista, Eduardo Hermoso, Mario Tobias and Joshua Ungsod. Brasile: Daniel da Costa Albuquerque, Jose Carlos Pio e Miguel Serpa da Luz (tre membri di MST dello Stato di San Paolo).

Indonesia: Rais bin Amsar, Yusup bin Marsa, Asgari bin Arwa, Sarhadi bin Wari, Samsyuri bin Usma, Usri bin Karsi, Jamali, Warta bin Alias, Ahmad Nurjali (tutti membri della Banten Peasant Union, un'organizzazione che fa parte dell'FSPI). Sono tutti imprigionati nel vllaggio di Cibaliung, Cibaliung sub-district, Pandeglang Regency, Banten Province.

Bangladesh: Laskar Mohammad Khalilur Rahman e Dactar Md. Kabir (Bangladesh Krishok Federation) devono essere processati e sono minacciati di essere incarcerati. Rahima Begum e Sipra Rani, due donne leader del Bangladesh Kishani Sabha, sono costantemente molestate dalla polizia. 

Francia: José Bové, René Riesel, Bernard Moser, Christian Brousse (tutti della Confédération Paysanne). 

Bolivia: Silvia Lazarte (leader nazionale dell'organizzazione Bartolina Sisa), Margarita Terán, Seider Emilio V.CH, Eugenio Abendano H., Lidio Julián Gomez, Ambrocio Amador. 

Stati Uniti: Leonard Peltier, attivista di First Nations, è stato imprigionato per più di 26 anni per l'omicidio di un agente dell'Fbi, anche se il governo ha ammesso di non sapere chi sia realmente il colpevole. E' accusato di omicidio e a una recente udienza per ottenere la libertà condizionale gli è stato detto che morirà in prigione. A 57 anni e in pessime condizioni di salute, merita la libertà. 

Undici maggio 2002                                                 

      


BANCA MONDIALE E FONDO MONETARIO DALLE ORIGINI AD OGGI

di Eric Toussaint



Il testo percorre l’itinerario della BM e del FMI dalla loro origine ai giorni nostri, analizza gli obiettivi strategici che hanno presieduto le loro scelte, il loro modo di funzionare, ne dimostra la responsabilità nello scoppio della crisi del debito della “periferia”, mostra i meccanismi dei piani di aggiustamento strutturale nonché le loro ripercussioni socio-economiche.
[Si tratta dei Capp. IX-XII del libro di E. Toussaint, Banque mondiale/FMI. Plus d’un demi siécle suffit. Dello stesso autore: La Bourse ou la vie. La finance contre les peuples.]


Bretton Woods: nascita del FMI e della BM

Il 30 giugno 1944, di sera, due treni lasciavano Washington e Atlantic City, pieni di signori ben vestiti (c’erano poche donne), “eleganti e per bene”. Parlavano in cosi’ tante lingue europee che i giornalisti locali ribattezzarono il corteo “la Torre di Babele su rotaia”. Avevano come destinazione Bretton Woods, situata sulle pittoresche montagne del New Hampshire, per assistere alla Conferenza monetaria e finanziaria dell’ONU.
Questo incontro di 44 paesi era stato organizzato dal presidente Franklin Delano Roosevelt, allo scopo di fissare le regole del nuovo ordine mondiale internazionale del dopoguerra. La seduta inaugurale della Conferenza si svolse nell’ampia sala da ballo dell’Hotel Washington, in grado di contenere agevolmente le centinaia di delegati presenti.
Henry Morgenthau, segretario al Tesoro degli Stati Uniti e presidente della Conferenza, lesse un messaggio di benvenuto di Roosevelt. Il discorso di apertura di Morgenthau diede il tono alla riunione, incarnandone di fatto lo spirito. Esso prospettava “la creazione di un’economia mondiale dinamica, in cui i popoli di ogni nazione potessero realizzare in pace le loro potenzialita’ e godersi sempre piu’ i frutti del progresso naturale, in una Terra benedetta da infinite risorse naturali”. Poneva l’accento sull’“elementare assioma economico che la prosperita’ non ha un confine fisso. Non è una sostanza finita che possa ridursi dividendola”. E concludeva: “La possibilita’ che ci si offre è stata ottenuta con il sangue. Rendiamole onore dimostrando la nostra fiducia in un avvenire comune”. I settecento delegati si erano levati in piedi, mentre l’orchestra suonava Star Spangled Banner (“Bandiera stellata”).
Questo discorso unanimemente condiviso nascondeva le aspre discussioni che si svolgevano da mesi tra i capi delle delegazioni britannica (Lord J. M. Keynes in primo luogo) e americana (H. Morgenthau). Gli Stati Uniti volevano garantire definitivamente la propria supremazia sul mondo rispetto ai britannici. La polemica fra Americani e Britannici era stata lanciata fin da prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti. W. Churchill aveva dichiarato al presidente Roosevelt: “Penso che lei voglia abolire l’impero Britannico [...] Tutto cio’ che dice lo conferma. Nonostante questo, sappiamo che lei e’ l’unica nostra speranza. E lei sa che lo sappiamo. Senza l’America, l’Impero Britannico non potrebbe reggere”. Gli Stati Uniti realizzarono il loro obiettivo e le posizioni difese da J. M. Keynes a Bretton Woods furono messe ai margini da Morgenthau, benche’ ufficialmente elogiate.
La redazione degli statuti del Fondo monetario internazionale ha impegnato pressoche’ esclusivamente le prime settimane di riunione, anche se i dispositivi erano in discussione da mesi. Il principale obiettivo degli Stati Uniti si concentrava sulla creazione di un sistema che garantisse la stabilita’ finanziaria del dopoguerra: mai piu’ svalutazioni concorrenziali, ridimensionamenti degli scambi, quote di importazione e ogni altro meccanismo che potesse soffocare il commercio. Gli Stati Uniti volevano il libero scambio senza discriminazioni verso i loro prodotti - una richiesta inaggirabile, nel senso che essi erano allora il solo paese del Nord che disponesse di derrate in eccedenza. Ricercavano poi un clima propizio ai propri investimenti nelle economie degli altri paesi e, per finire, il libero accesso alle materie prime, accesso in precedenza bloccato dagli imperi coloniali europei.
La Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (la cosiddetta Banca Mondiale) era una istituzione senza precedenti, la cui struttura di fondo, cosi’ come la si era elaborata negli articoli della Convenzione, e’ rimasta immutata.
Gli scopi principali della Banca erano quelli di “prestare assistenza alla ricostruzione e allo sviluppo dei territori delle nazioni-membro facilitando l’investimento di capitale a scopo produttivo” e di “promuovere una crescita equilibrata del commercio internazionale a lunga scadenza [...]” (art. 1).


Forme di governo della Banca Mondiale (e del FMI)

In linea di principio, la massima istanza della Banca e’ l’Ufficio dei Governatori, un Governatore in rappresentanza di ogni singolo paese. I Governatori della Banca (e del FMI) sono normalmente i ministri delle Finanze o i presidenti delle Banche centrali delle rispettive nazioni.
In teoria, i governi scelgono il presidente della Banca ma, in pratica, il presidente e’ sempre stato un cittadino statunitense e viene scelto del governo USA, di solito tramite il ministro delle Finanze (Treasure Department), mentre il capo del FMI e’ tradizionalmente un europeo. Le riunioni annuali tra la BM e il FMI costituiscono l’occasione in cui si incontrano tutti i Governatori di entrambe le istituzioni. Quanto al funzionamento quotidiano delle due istituzioni, la maggior parte dei poteri dei Governatori vengono delegati all’Ufficio dei Direttori esecutivi. Originariamente vi erano dodici Direttori esecutivi della BM, in rappresentanza dei 44 paesi-membri fondatori.
La Carta costitutiva della BM prevede che i suoi 5 maggiori azionisti nominino ciascuno il proprio Direttore esecutivo; ognuno degli altri Direttori rappresenta più paesi e viene eletto da questi. Poiche’ la BM ha acquisito nuovi membri (180 in totale, nel 1997), il numero dei Direttori esecutivi e’ salito a 24. Il loro potere di voto e’ grosso modo proporzionale all’ammontare del denaro che i paesi membri da essi rappresentati versano alla Banca.
Il voto Usa, in partenza, equivaleva al 36%, ma ora e’ sceso al 17,5%. Nel 1997, i dieci paesi industrializzati piu’ ricchi controllavano il 52% dei voti. Viceversa, 45 paesi africani dispongono complessivamente del 4% dei voti.
I Direttori esecutivi risiedono a Washington, si incontrano spesso (almeno una volta a settimana) e devono approvare ogni prestito e ogni principale atto politico della Banca. Le decisioni correnti dell’Ufficio esecutivo richiedono la maggioranza semplice dei voti, ma ogni intervento di modifica degli articoli della Carta costitutiva richiedono l’approvazione da parte di perlomeno i tre quinti dei membri e dell’85% del totale delle operazioni di voto (il che significa che gli USA, con il 17,5% dei voti, hanno diritto di veto su ogni modifica statutaria).


Origine della Banca Mondiale: Piano Marshall contro BM

Destinata da Keynes per l’aspetto “Ricostruzione” ad essere l’istituzione in grado di prestare capitale ai paesi “devastati dalla guerra per consentire loro di rilanciare le rispettive economie e di sostituire i mezzi di produzione perduti o distrutti”, ci si aspettava che le attività della Banca, agli inizi, si concentrassero sulla ricostruzione europea e che la sua funzione principale fosse quella di garantire gli investimenti privati. Si pensava che i prestiti diretti costituissero, quanto meno, un’attivita’ secondaria.
Ma la Banca, per volonta’ degli USA, non ha di fatto partecipato in pratica alla ricostruzione dell’Europa del dopoguerra. A svolgere questo ruolo e’ stato il Piano Marshall, organizzato dai soli Stati Uniti. La Banca si e’ limitata a destinare quattro prestiti alla ricostruzione per un totale di 497 milioni di dollari, laddove il Piano Marshall ne aveva trasferiti 41,3 miliardi.
Come agenzia per la ricostruzione, dunque, la Banca ha fallito. L’Europa dilaniata dalla guerra non aveva bisogno di prestiti legati a interessi specifici che richiedevano una prolungata preparazione, ma della concessione rapida di finanziamenti e prestiti erogati a interesse bassissimo o nullo, da utilizzare a sostegno della bilancia dei pagamenti nonché per importazioni di prodotti di base di cui c’era una disperata esigenza.


BM e sviluppo

L’obiettivo ultimo della Banca era presentato negli stessi statuti come “lo sviluppo della risorse produttive degli Stati membri, contribuendo in questo modo a migliorare, nei rispettivi territori, la produttività, il tenore di vita e la condizione dei lavoratori”.
Dopo il fallimento della fase della “ricostruzione”, la Banca pone l’accento, nei successivi decenni, sul secondo elemento della sua stessa denominazione, lo “sviluppo”. Ma, essendo completamente sotto controllo delle principali potenze capitaliste, la sua concezione dello sviluppo non ha mai avuto niente a che vedere con progetti che coniugassero emancipazione dei popoli del Terzo Mondo e sviluppo sociale equamente distribuito. I dieci paesi capitalisti piu’ industrializzati hanno sempre detenuto insieme oltre il 50% delle quote della BM, con il conseguente diritto di voto nella stessa percentuale, nel caso in cui si fosse dovuto votare un indirizzo. Caso estremamente raro, per non dire inesistente, dal momento che le principali potenze capitalistiche hanno sempre preferito il compromesso.
Per finanziare lo sviluppo la BM effettua prestiti agli Stati, in forme che sono evolute con l’andare del tempo, con un elemento che tuttavia e’ rimasto immutato: la Banca non rinuncia mai a farsi rimborsare un prestito.


Aspetto politico e geopolitico

Dopo il 1955, su gran parte del pianeta aleggia lo spirito di Bandung, dopo la sconfitta francese in Vietnam (1954) e prima della nazionalizzazione del Canale di Suez ad opera di Nasser. Seguono poi la rivoluzione cubana (1959) e quella algerina, la ripresa della lotta di liberazione in Vietnam... In una parte crescente del Terzo mondo si nota la tendenza alla sostituzione delle importazioni, allo sviluppo di mercati interni, fenomeni entrambi che comportano una riduzione del grado di dipendenza nei confronti dei paesi capitalistici piu’ industrializzati. Si tratta dell’ondata dei regimi nazionalisti borghesi che portano avanti politiche populiste (Nasser, Nehru, Peron, Goulart...) e dei regimi rivoluzionari (Cuba, Cina popolare).
I progetti della BM hanno un forte contenuto politico: arginare lo sviluppo di movimenti antimperialisti, ispirandosi alle esperienze della Corea del Sud e di Taiwan. Ma, all’epoca, i mezzi finanziari di cui disponeva la BM erano relativamente deboli. Il suo potere finanziario si rafforzerà in seguito, sotto la presidenza di Robert McNamara (1968-1981).


BM e “rivoluzione verde”

In materia di sviluppo, la BM interviene con forti connotazioni produttivistiche: la “rivoluzione verde” degli anni Sessanta, che ufficialmente puntava ad accrescere la produzione agricola dei paesi del Sud per soddisfare le esigenze alimentari delle popolazioni locali, avra’ conseguenze disastrose sull’ambiente e accrescera’ progressivamente la dipendenza dei paesi che la applicavano dalle multinazionali agroindustriali.

La violenza della rivoluzione verde

Alcuni governi nazionali e alcune istituzioni della comunità internazionale hanno dato vita a centri nelle Filippine (per l’Asia) e in Messico (per l’America latina) il cui obiettivo era quello di ricercare e selezionare varietà di cereali ad alto rendimento, che dovevano consentire di garantire le esigenze alimentari delle rispettive popolazioni, con il pretesto che, dato lo sviluppo demografico, le culture tradizionali non erano in grado di rispondere alla domanda. Di qui la rivoluzione verde.
Questa “rivoluzione” non e’ stata opera della popolazione ma le e’ state imposta. In India, l’occasione e’ state data dalla siccita’, nel 1965. I grafici della produzione agricola indiana indicavano un incremento continuo della produzione alimentare, tranne nel 1965, anno in cui una lieve diminuzione stava ad indicare appunto questa siccita’ L’India richiese un limitato aiuto alimentare agli USA, ma la cosa fu sfruttata per imporre un complesso di tecnologie non durevoli in senso ecologico. In effetti, dagli inizi degli anni Sessanta i capitalisti erano pronti a promuovere un’agricoltura d’esportazione “chimica” ed intensiva. La BM pretese di avere realizzato una produzione di coltivazioni alimentari sufficiente ad assicurare l’autossussistenza del paese. E’ interessante ricordare al riguardo che la grande carestia del Bengala del 1943 (tra i 2 e i 3 milioni di morti) si e’ dovuta non a una carenza di cibo ma all’aumento dei prezzi delle derrate alimentari causato dall’inflazione, a sua volta dovuta allo sforzo bellico e alla speculazione sulle riserve di magazzino.
Vandana Shiva denuncia con chiarezza la rivoluzione verde come il processo che ha sconvolto l’equilibrio secolare del paese. Secondo lei, e’ falso affermare che le strutture tradizionali fossero e siano tuttora incapaci di risolvere il problema della richiesta alimentare. Sostiene argomentatamente che il vero problema presente nei paesi del Terzo mondo e’ quello della suddivisione della terra e della redistribuzione della ricchezza. La rivoluzione verde rappresenta, di fatto, lo strumento usato dalle multinazionali agro-chimiche per risolvere a proprio vantaggio tale questione, grazie alla scienza e alla tecnica, ma soprattutto senza intaccare minimamente la struttura sociale della terra, e cioè senza realizzare la riforma agraria. Vandana Shiva spiega che con lo sviluppo della rivoluzione verde le strutture comunitarie tradizionali sono diventate dipendenti da una tecnologia che non controllano e che non hanno prodotto. Viceversa, questa sedicente rivoluzione verde ha spianato la strada alla strategia delle multinazionali.
Le sementi che le industrie agroalimentari dei paesi del Nord e soprattutto gli Stati Uniti hanno imposto a paesi come l’India, pur avendo a breve termine dato risultati notevoli quanto a rendimento, alla lunga si sono rivelate disastrose a vari livelli. In primo luogo, richiedono l’acquisto sempre più ingente di concimi chimici, pesticidi, erbicidi, ecc., perché ad esempio le qualità di riso imposte sono geneticamente programmate perché degenerino dopo una sola generazione. Inoltre, se se ne calcola il costo, non hanno prestazioni migliori di quelle fornite ricorrendo all’aiuto di sementi selezionate e migliorate nei modi tradizionali, tutt’altro. In compenso, è evidente la dipendenza che si instaura (dalla meccanizzazione, dai fertilizzanti, tutte cose che forniscono le industrie del Nord).
La rivoluzione verde ha inoltre prodotto altre nefaste conseguenze, essendosi realizzata ai danni dei beni comuni (pascoli, boschi, ecc.). Ha indotto un fortissimo impoverimento della biodiversita’, un aumento delle malattie delle piante (quelle tradizionali erano più resistenti), un depauperamento del suolo (le coltivazioni intensive hanno esaurito certi microrganismi presenti nei terreni). Essa richiede inoltre una molto maggiore irrigazione rispetto alle coltivazioni tradizionali (in zone in cui c’e’ il rischio della siccita’), e l’impiego massiccio di concimi chimici ha provocato la salinizzazione d’immensi territori. Si è quindi irreparabilmente infranto l’equilibrio ecologico, come conseguenza dell’intensificarsi di tali monocolture. Prima della rivoluzione verde, la Fondazione Ford sosteneva che nel Punjab le terre erano sottoutilizzate. In realtà, i contadini le sfruttavano in maniera equilibrata, evitando l’esaurimento del suolo. Dopo il disastro della rivoluzione verde, la Fondazione Ford e la BM hanno scoperto le virtu’ dei fertilizzanti organici... ma ormai era un po’ tardi.
Vandana Shiva ha denunciato in varie sue opere la violenza della rivoluzione verde, collocando questo episodio nel contesto storico che dimostra il contenuto reale di tali misure: la spoliazione, lo sfruttamento dei contadini in favore del commercio e dell’industria dei paesi del Centro. Nel XVIII secolo l’agricoltura indiana era fiorente. Fino al 1750, su 1.000 unita’ prodotte, al coltivatore ne restavano 700. Sulle restanti solo 50 uscivano dal villaggio e le altre 250 vi restavano per il funzionamento della comunità. Nel XIX secolo, dopo cinquant’anni di colonizzazione inglese, le proporzioni si erano completamente rovesciate: su 1.000 unita’, il contadino doveva cederne 600, 590 delle quali andavano direttamente all’autorita’ centrale, l’Inghilterra. Malgrado il versamento delle tasse, malgrado i balzelli su ogni prodotto, all’epoca si lasciava ancora il 40% del raccolto al contadino, perche’ potesse continuare a produrre l’anno successivo. La rivoluzione verde e’ andata invece piu’ in la’. Il suo vero obiettivo consisteva nel contenere il contagio della rivoluzione cinese. Essa ha introdotto l’indebitamento e percio’ la dipendenza dei contadini. Per produrre 1.000 unita’, i contadini sono costretti a indebitarsi al livello di 3.000 unita’. Devono indebitarsi per l’acquisto delle sementi (ogni anno), dei concimi, pesticidi, erbicidi, per l’acquisto dei trattori (che spesso bisogna abbandonare per la mancanza di pezzi di ricambio), ecc. Solo raramente la produzione consente loro di rimborsare il prestito, per cui dopo un paio di stagioni rivendono la terra alle banche, ai grandi proprietari terrieri, andando ad ingrossare le fila delle popolazioni delle bidonvilles urbane.
Malgrado tali denunce, accompagnate da manifestazioni di centinaia di migliaia di contadini, è quanto mai deplorevole che la Relazione sullo Sviluppo umano del 1997 della BM continui a compiacersi dei “progressi” della rivoluzione verde: “La prima rivoluzione verde ha aiutato milioni di piccoli coltivatori agricoli e di consumatori urbani a venire fuori dalla poverta’, grazie a miglioramenti tecnologici nella coltivazione del grano, del mais e del riso in zone a forte potenziale agricolo”. Eppure tre anni prima, spiegando la carestia del 1943, la Relazione insisteva sul fatto che “senza dubbio la natura puo’ essere all’origine delle locali penurie, ma sono sempre gli esseri umani a trasformare le penurie in carestie di grandi proporzioni. La carestia non dipende dalla mancanza di cibo ma dalla mancanza dei mezzi per procurarselo”.
Ora la Relazione caldeggia una seconda rivoluzione verde, questa volta a vantaggio degli agricoltori poveri che vivono in zone molto ricche! Lo stesso argomento con cui la BM aveva promosso la prima...


Potere di intervento nelle economie nazionali

La carenza di mezzi nella fase precedente la presidenza di McNamara non ha impedito alla BM di costruire una rete di influenza che le sarebbe tornata molto utile in seguito. La Banca ha cercato di creare, nel Terzo mondo, una richiesta di propri servizi. L’influenza che ha ora dipende in larga misura dalle reti di patrocinio sperimentate negli Stati divenuti suoi clienti e, con cio’ stesso, debitori. La BM ha esercitato una vera e propria politica di influenza per sostenere le sue reti di prestiti.
A partire dagli anni Cinquanta, uno dei principali scopi della BM e’ stato la “costruzione di istituzioni” che il piu’ delle volte assumeva la forma della creazione di agenzie autonome, in seno ai governi che sarebbero diventati debitori perpetui della BM. Tali agenzie sono state istituite volutamente in modo che fossero relativamente indipendenti dai rispettivi governi dal punto di vista finanziario e al di fuori del controllo delle locali istituzioni politiche. Esse costituiscono degli emissari naturali della Banca alla quale debbono tutto, a partire dal proprio finanziamento.
La creazioni di tali rete di patrocinio ha costituito una delle principali strategie della BM per inserirsi nelle economie politiche dei paesi del Terzo mondo.
Operando secondo le proprie specifiche regole (spesso elaborate in risposta a precisi suggerimenti della BM), piene di tecnocrati simpatizzanti promossi ed elogiati dalla Banca stessa, le agenzie sono servite a creare una fonte stabile e degna di fiducia per quel che serviva alla BM: proposte di prestiti “plausibili”. Hanno inoltre fornito alla BM basi parallele di potere attraverso cui essa e’ riuscita a trasformare le economie nazionali, di fatto intere societa’, senza la “noiosa” procedura del controllo democratico e di pubbliche discussioni.
Le conseguenze di tale politica sono inquietanti: l’analisi dell’International Legal Center (ILC) di New York dell’operato della BM in Colombia tra il 1949 e il 1972 conclude che le agenzie autonome istituite dalla BM hanno esercitato un impatto profondo sulla struttura politica e sullo sviluppo sociale dell’intera regione, indebolendo “il sistema dei partiti politici e ridimensionando i ruoli del potere legislativo e giudiziario”.
Va tenuto conto che, a partire dagli anni Sessanta, la BM ha instaurato meccanismi unici e nuovi in vista di un continuo intervento negli affari interni dei paesi indebitati. Eppure, la BM nega energicamente che si tratti di interventi politici: al contrario, insiste sul fatto che la sua politica non ha niente a che vedere con le strutture del potere, che le faccende politiche ed economiche si svolgono su piani separati.


Sostegno della BM a regimi dittatoriali

L’art. 4 sez. X recita: “La Banca e i suoi responsabili non interferiscono negli affari politici di un qualunque membro ed è vietato loro di lasciarsi influenzare nelle decisioni dalla natura politica del membro o dei membri interessati. Soltanto considerazioni economiche possono influire sulle decisioni e queste verranno valutate senza partito preso, onde raggiungere gli obiettivi (fissati dalla Banca) enunciati all’art. 1”.
Il divieto di tenere conto nelle operazioni della Banca delle considerazioni “politiche” e “non economiche”, una delle principali condizioni della Carta costitutiva, e’ stato sistematicamente aggirato. La Banca ha addirittura utilizzato gli articoli della convenzione che le vietavano di interferire negli affari politici degli Stati membri per respingere le critiche secondo le quali essa operava politicamente. Di fatto, quest’uso degli Statuti sovente altro non e’ stato se non una copertura per sostenere regimi dittatoriali.
In effetti, l’art. 4 non ha impedito alla BM di rifiutare prestiti al Brasile e al Cile quando i loro governi non erano di suo gusto. Ad esempio, agli inizi degli anni Sessanta, la BM ha rifiutato prestiti al governo brasiliano di Goulart democraticamente eletto, ma dopo il colpo militare del 1964 (che diede vita a una dittatura militare che sarebbe durata venti anni) i prestiti passarono da zero a una media di 73 milioni di dollari l’anno per il resto del decennio, raggiungendo il livello di quasi mezzo miliardo di dollari annui nella meta’ degli anni Settanta.
Sotto il governo democratico di Allende (1970-1973) il Cile non ha ricevuto prestiti dalla BM, ma sotto quello di Pinochet, dopo il golpe del 1973, il paese e’ diventato immediatamente affidabile.
La propensione della BM a sostenere regimi antidemocratici, che torturavano e assassinavano i connazionali, e’ diventato uno dei suoi tratti distintivi al termine degli anni Sessanta e durante gli anni Settanta, sotto la presidenza McNamara. Nel 1965, ad esempio, la BM ha apertamente sfidato una risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU che faceva appello a tutte le agenzie affiliate - inclusa la Banca - a interrompere il sostegno finanziario al regime di apartheid sudafricano. Ma la BM argomento’ che l’art. 4 del suo statuto la obbligava ufficialmente a non seguire le risoluzioni dell’ONU. Neppure un intervento personale del Segretario generale delle Nazioni unite, U Thant, sul presidente di allora della BM, Georges Wood, sorti’ il minimo risultato.
Sempre per insistenza di McNamara, la BM ha avviato la concessione di prestiti al regime dittatoriale che infieriva in Indonesia, dopo il massacro di circa mezzo milione di comunisti perpetrato nel 1965.
Una volta andatosene McNamara, si e’ continuato a seguirne la stessa politica, calcata su quella degli Stati Uniti. La Relazione sullo Sviluppo umano, di un’altra delle istituzioni dell’ONU (PNUD) enuncia del resto alcune delle sue poche verità per quanto riguarda il sostegno degli USA e della BM alle dittature: “Di fatto, l’aiuto erogato dagli Stati Uniti negli anni Ottanta e’ inversamente proporzionale al rispetto dei diritti umani. I donatori multilaterali [BM e FMI] non sembrano mostrare il minimo imbarazzo di fronte a considerazioni del genere. Sembra infatti preferiscano i regimi autoritari, ritenendo senza battere ciglio che essi favoriscano la stabilita’ politica e siano meglio in grado di gestire l’economia. Quando il Bangladesh e le Filippine hanno abolito la legge marziale la loro partecipazione ai prestiti della BM e’ diminuita” (PNUD, 1994, p. 81).


Ascesa della BM durante la presidenza di McNamara

“L’unica limitazione delle attivita’ della BM sara’ data dalla capacita’ dei paesi membri di utilizzare la nostra assistenza in modo efficace e di rimborsare i nostri prestiti nei termini e alle condizioni che decideremo” (Robert McNamara, 1968).
“La Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo e’ un organismo che realizza investimenti che hanno come obiettivo lo sviluppo; non e’ un istituto filantropico ne’ di assistenza sociale” (McNamara, 1973).
L’attivita’ della BM si sviluppa nel corso degli anni Sessanta e soprattutto di quelli Settanta. Dal 1968 al 1981, sotto la guida di McNamara (ex Segretario alla Difesa degli Usa durante la guerra del Vietnam) la BM si lancia in prestiti frenetici. McNamara faceva chiaramente intendere che la carriera di un incaricato dei prestiti era direttamente legata allo spessore del suo portafoglio di progetti. Piu’ consistente era il progetto, maggiori erano le sue possibilita’ di ricevere un finanziamento dalla BM. L’approccio quantitativo e la pressione esercitata sui collaboratori della BM affinche’ concepissero e vendessero progetti costosi ai governi clienti hanno spinto questi ultimi a indebitarsi in maniera eccessiva.
Nel primo ventennio di esistenza la BM aveva prestato soltanto 10,7 miliardi di dollari in totale. Nel primo quinquennio di McNamara, dal 1968 al 1973, i prestiti sono aumentati in maniera quasi esponenziale: la BM ha intrapreso progetti per un ammontare di 13,4 miliardi di dollari (George e Sabelli, 1994, p. 52; McNamara, 1973, pp. 22-26, e passim).
McNamara nutriva una fiducia quasi ossessiva nella quantificazione e in metodi di governo universalmente validi e in grado di risolvere qualsiasi problema: “Dirigere un qualsiasi settore organizzativo e’ la stessa cosa, si tratti della Ford Motor Company, della Chiesa cattolica o del ministero della Difesa”, osservava agli inizi degli anni Sessanta. “Una volta arrivati a una certa scala, tutti i problemi si somigliano”. “Il management” dichiarava nel 1967, “e’ la chiave con cui si diffonde nella societa’ il cambiamento sociale, economico e politico, di fatto il cambiamento in ogni direzione”. McNamara si concepisce come “pianificatore dello sviluppo” (McNamara, 1973 p. 31). A suo avviso, la BM assume un ruolo “di avanguardia” (ivi, p. 34) nell’aiuto allo sviluppo, pianificandolo. Centrale in tutto questo e’ lo strumento che effettua la pianificazione:
- si tratta di decidere metodi piu’ efficaci di “pianificazione della famiglia e dell’amministrazione pubblica incaricata del programma di controllo demografico” (ivi, p. 33);
- la rivoluzione verde avviata nella meta’ degli anni Sessanta va pianificata meglio in tutti i suoi aspetti (ivi, pp. 78 e sgg.);
- la pianificazione di grandi opere pubbliche consente di dare lavoro a chi non ne ha e di sviluppare le infrastrutture (ivi, p. 142).
La BM doveva inoltre preparare piani giganteschi di prestiti quinquennali ai vari paesi, illustrati nei Country Programming Papers (i dossiers di programmazione per i vari paesi), che fissavano gli obiettivi e le priorita’ dell’insieme dell’attivita’ di prestiti della BM a una determinata nazione, basati sul lavoro delle “missioni economiche nei paesi” e sulle relative Relazioni. Relazioni economiche e dossiers rientravano fra i documenti piu’ riservati e meglio custoditi della BM, memorandum interni a parte. In certi casi, neppure i ministri di un dato paese potevano avere accesso a questi giganteschi progetti, cosa che nei paesi piu’ piccoli e poveri e’ stata considerata come una sorta di messa sotto tutela internazionale delle loro sorti economiche.
Il punto di vista di McNamara ha enormemente accentuato le tendenze gia’ presenti nella BM, tendenze che ne rafforzavano l’incremento dello specifico potere istituzionale proprio mentre si ignorava la realtà sociale complessa e diversa delle varie nazioni “in via di sviluppo”. Obiettivi facilmente quantificabili venivano definiti indicatori di progresso e realtà sociali complesse si riducevano a dati e numeri di gruppi assunti come obiettivi, a beneficiari, a una produzione graduale, al miglioramento della produttivita’, ai cambiamenti dei redditi e cosi’ via. Prevedibili i risultati di queste ricette, tutte identiche, applicabili ovunque: nel migliore dei casi, erano inefficaci e, spesso, talmente inappropriate dal punto di vista sociale e ambientale da destinare molti dei progetti all’insuccesso.


Sviluppo e sicurezza del “mondo libero”

Sempre sotto il controllo di McNamara la BM ha cominciato a costruire il proprio portafoglio “nuovo stile” di progetti contro la poverta’, il cui principale obiettivo erano lo sviluppo rurale e l’agricoltura, un settore che ha conosciuto un incremento dei prestiti della Banca: dal 18,5% nel 1968 al 31% nel 1981, vale a dire 3,8 miliardi di dollari.
Per scongiurare il pericolo di un’espansione comunista nel Terzo mondo, i progetti che miravano ad alleviare la poverta’ sia urbana sia rurale (comprendendo abitualmente il risanamento dei tuguri, l’installazione di pompe per l’acqua, l’allaccio alla rete elettrica, ecc.), e anche quelli relativi all’istruzione e alla sanita’, divennero per la prima volta parte significativa del portafoglio della BM. McNamara prese a bersaglio il flagello della miseria assoluta in veste di missionario anticomunista. Era convinto, tuttavia, che se non si fosse posto rimedio alla crescente diseguaglianza nella distribuzione delle ricchezze in seno ai paesi in via di sviluppo (PVS), la situazione avrebbe comportato cicliche rivolte popolari, che avrebbero messo in pericolo i paesi capitalistici del Centro.
La fase in cui McNamara e’ alla testa della BM e’ quella dell’espandersi delle lotte di emancipazione e rivoluzionarie (rivoluzione dei garofani in Portogallo, 1974, che libera le ultime colonie africane; Vietnam, 1975, con definitiva sconfitta delle truppe nordamericane, costrette ad abbandonare in fretta e furia Saigon), con forti crisi sociali e politiche, anche nei paesi capitalisticamente sviluppati (lotte della minoranza nera e massicce mobilitazioni contro la guerra del Vietnam negli USA alla fine degli anni Sessanta-inizio degli anni Settanta; movimenti studenteschi nel 1968 in Francia, in Germania, in Messico; massicci scioperi operai in Francia nel maggio 1968 e in Italia nel 1969-1970) e nei pesi cosiddetti “socialisti” (Primavera di Praga nel 1968). Ne sapeva qualcosa, avendo dovuto affrontare direttamente la lotta di liberazione del popolo vietnamita a colpi di napalm!
Questo vasto movimento di emancipazione entrava in contraddizione con la politica di “sviluppo” della BM, per cui questa aumentava i mezzi per garantire e consolidare il collegamento dei paesi del Terzo mondo con il mercato mondiale e, politicamente, con “il grembo” del capitalismo. I prestiti rientreranno in una strategia mirante a “contenere” (containment) l’espandersi del movimento di emancipazione. Nel 1968, ancora Segretario alla Difesa, McNamara dichiarava: “La morte di Ernesto Che Guevara in Bolivia nell’autunno del 1967 ha inferto un serio colpo alle esperienze delle rivoluzioni castriste. Ma una sola risposta non basta per questo problema” (McNamara, 1968, p. 29).
McNamara pronuncio’ un discorso molto chiaro in questa direzione alcuni anni dopo, nella riunione dei Governatori della BM nel 1972: “Troppo poco, troppo tardi, e’ l’epitaffio più ricorrente nella storia per i regimi che sono caduti di fronte alle grida degli uomini senza terra, senza lavoro, emarginati e sottomessi, spinti alla disperazione. Per questo, l’applicazione di politiche destinate specificamente a ridurre del 40% la poverta’ dei più poveri della popolazione dei paesi in via di sviluppo e’ raccomandabile non solo per una ragione di principio, ma anche per prudenza. La giustizia sociale non e’ solo un dovere morale, ma anche un imperativo politico” (McNamara, 1973, pp. 139-140).
Da quel momento, McNamara e’ arrivato a proporre misure di riforme agrarie per assegnare terre ai contadini poveri e limitare la superficie delle grandi proprieta’ terriere. Proponeva di sostenere progetti di riforme del sistema creditizio nei paesi in via di sviluppo (PVS) perche’ potessero accedervi i piccoli produttori agricoli. Sosteneva lo sviluppo di lavori pubblici orientati al miglioramento delle condizioni di vita dei piu’ poveri. Insomma, McNamara sosteneva il ruolo centrale dell’istituzione pubblica multilaterale di cui era a capo nell’instaurare una strategia di crescita che implicava anche il rafforzarsi dell’istituzione stessa.
Egli avanzava solo marginalmente il ruolo degli Stati dei paesi del Sud come redistributori di ricchezza, dovendo la BM supplire all’ingratitudine dei paesi del Sud nei confronti del Nord, della Periferia nei confronti del Centro. L’unica complementarita’ di cui tenesse conto era quella tra paesi del Sud e paesi del Nord, in cui i primi fossero alla fine sempre perdenti, in quanto erano i paesi sviluppati a dettare i termini di scambio.
Tuttavia, e’ interessante notare come le dichiarazioni e le posizioni di McNamara all’epoca fossero ben lontane da quelle assunte a partire dall’offensiva neoliberista degli anni Ottanta. A suo modo, McNamara rientrava nella vecchia scuola. Il che non toglie che abbia contribuito enormemente alla preparazione dell’offensiva neoliberista. La questione dello scarto tra la sua teoria e la pratica e’ stata risolta dai neoliberisti, che hanno cancellato dalla teoria qualsiasi accenno alla pianificazione, al controllo statale, allo sviluppo.


La BM e la crisi del debito del Terzo mondo

E’ sorprendente osservare come la BM non sia dotata di alcun servizio incaricato di confrontare a posteriori le previsioni con la realta’ per valutarne la correttezza e, all’occorrenza, decidere come rettificare il tiro per il futuro. La leggerezza di fronte all’indebitamento del Terzo mondo e’ particolarmente rivelatrice.
Leggerezza, ma non incoscienza. Infatti, fin dagli inizi degli anni Settanta McNamara considerava un problema l’indebitamento del Terzo mondo: “Alla fine del 1972, il debito ammontava a 75 miliardi dollari e l’interesse annuo superava i7 miliardi di dollari. L’interesse e’ aumentato dal 18% del 1970 al 20% del 1971. Il saggio medio di incremento del debito a partire dagli anni Sessanta ha rappresentato quasi il doppio del tasso di crescita degli introiti ricavato dalle esportazioni con cui i paesi indebitati debbono garantire l’interesse del debito. La situazione non puo’ continuare cosi’ all’infinito” (McNamara, 1973, p. 94).
Eppure, con la politica che ha seguito, la BM ha attivamente contribuito a creare le condizioni che sono sfociate nella crisi del debito. Sarebbe sbagliato sostenere che si tratti di una sorta di complotto deliberatamente ordito dalla BM, che e’ uno dei responsabili ma che non ha premeditato il crimine. Quando tuttavia questo e’ stato commesso, ne ha beneficiato ed ha visto aumentare la propria potenza in maniera impressionante.


Il ragionamento seguito dalla BM per aumentare l’indebitamento

Fino al 1973, il ragionamento di McNamara, in sostanza, era questo: i PVS vanno sostenuti nei loro sforzo di crescita. Ora, il sostegno pubblico allo sviluppo concesso dai paesi sviluppati e’ assolutamente insufficiente. Inoltre, nonostante l’impegno a ridurre le misure discriminatorie nei confronti dei prodotti esportati dai PVS, i paesi sviluppati le mantengono (egli ha peraltro deplorato ufficialmente a piu’ riprese l’insufficienza degli aiuti dei paesi sviluppati e il protezionismo del Nord - McNamara, 1973, p. 127). La BM deve intervenire in questa situazione per prestare somme sempre piu’ rilevanti ai PVS perche’ questi raggiungano, malgrado tutti gli ostacoli, un ritmo di crescita e di reddito sufficienti a rimborsare i debiti contratti. La BM e’ quindi impegnata in una rincorsa alla concessione di quanti piu’ crediti possibili, per supplire all’insufficienza dei prestiti dei paesi sviluppati.
Questo ragionamento contrasta di tutta evidenza con le stesse affermazioni sul pericolo di un ritmo di incremento del debito superiore a quello degli introiti ricavati dalle esportazioni (vedi sopra).
A partire dal 1973, in seguito all’aumento del prezzo dei prodotti petroliferi e di altre materie prime, il ragionamento seguito da McNamara puo’ riassumersi nel modo seguente: accendendo prestiti, i PVS potevano sviluppare le loro infrastrutture viarie, aumentare la produzione di energia elettrica, incrementare la produzione rivolta all’esportazione. Assumendo come postulato che i prezzi dei prodotti esportati da questi paesi sul mercato mondiale sarebbero aumentati, o al peggio rimasti stabili, gli introiti ricavati dalla esportazioni sarebbero percio’ aumentati, per gli accresciuti quantitativi esportati. Questo avrebbe consentito ai PVS di fare fronte all’interesse del debito (interessi e ammortamento del capitale), reinvestendo al tempo stesso parte degli introiti delle esportazioni nel miglioramento dell’industria esportatrice. Questo avrebbe dovuto avere un effetto cumulativo, che avrebbe comportato o accelerato lo sviluppo, continuando al tempo stesso a tenere strettamente legati i PVS all’Occidente.
Per McNamara, il dovere dei paesi debitori di rimborsare il debito costituiva un poderoso incentivo materiale per modernizzarne l’agricoltura e l’industria rivolta all’esportazione. Ha ripetuto questo ragionamento in tutta una serie di discorsi e di scritti. Il circolo virtuoso “indebitamento/incremento delle esportazioni/pagamento degli interessi del debito” avrebbe portato allo sviluppo del Sud e alla crescita mondiale.
Ma questo ragionamento e’ stato smentito dalla realta’: i prezzi dei prodotti esportati sono crollati drammaticamente negli anni Ottanta, mentre i tassi di interesse conoscevano un incremento straordinario. Di qui la situazione di strangolamento finanziario dei paesi indebitati.
McNamara lascia la presidenza della BM nel 1981, pochi mesi prima che la crisi scoppi, rendendosi visibile a chiunque.

Erronee previsioni sull’andamento dei prezzi sul mercato mondiale

Le previsioni della BM sono altrettanto azzardate, diciamo pure sbagliate, rispetto agli introiti delle esportazioni, che si pensava sarebbero intervenuti alla riscossa dell’indebitamento. Le previsioni del 1981 sui prezzi delle materie prime in Africa per il 1990 comprendono un tasso d’errore: del 62% per i minerali/metalli; del 156% per il petrolio; del 180% per grassi ed oli; del 103% per le bevande; del 60% per il legno lavorato; del 97% per i prodotti agricoli non alimentari. La BM, in realta’, avrebbe potuto prevedere perfettamente che i paesi del Sud avrebbero cercato tutti contemporaneamente di esportare il piu’ possibile, per fare fronte agli impegni di rimborso del debito, e che questo avrebbe comportato una diminuzione del prezzo dei loro prodotti.
Nel 1991 la BM ricade nell’errore. Il suo Dipartimento economico internazionale continua a elaborale previsioni ottimistiche che, nel giro di solo due anni, si rivelano anch’esse completamente infondate. Gli andamenti reali dei prezzi erano notevolmente inferiori; lo scarto era del 47% per il caffe’, del 56% per il cacao, del 74% per lo zucchero, del 35% per il caucciu’, del 52% per il piombo, ecc.
Per il decennio successivo, i responsabili delle previsioni continuavano a sostenere che la tendenza dei prezzi delle materie prime era in rialzo e che il PIL dei PVS sarebbe cresciuto del 5% tra il 1992 e il 2002.


La BM strumento di drenaggio delle risorse dei paesi del Sud

Dirigenti della BM hanno calcolato quanto le somme depositate presso la BM dai paesi industrializzati procuravano come partecipazione al capitale.
I documenti ufficiali della BM tacciono al riguardo, ma nelle riviste specialistiche destinate agli imprenditori si trova una precisa indicazione dei vantaggi ricavati.
La sintesi del discorso che segue non ha bisogno di commenti: e’ stato pronunciato nel 1986 da Jacques de Groote, Direttore esecutivo del Belgio presso il FMI e la BM, al cospetto di una platea di dirigenti aziendali belgi e pubblicato nel Bollettino della Federazione delle imprese del Belgio: “I vantaggi ricavati dal Belgio, come da tutti i paesi membri della BM, dalla partecipazione all’attivita’ delle istituzioni del gruppo si possono calcolare tramite il flow back, vale a dire il rapporto tra il totale degli esborsi effettuati dall’ISA (Associazione internazionale per lo sviluppo) o dalla BM a favore delle aziende di un paese al momento dei contratti ottenuti da queste, da un lato, e, dall’altro lato, i contributi di questi paesi al capitale della Banca, nonché alle risorse dell’ISA. Il flow back della BM verso i paesi industrializzati e’ notevole e si e’ accresciuto continuamente: e’ progredito per l’insieme dei paesi industrializzati da 7 a 10 tra la fine del 1980 e quella del 1984. Significa che, per un dollaro immesso nel sistema, i paesi industrializzati ne ottenevano 7 nel 1980 e 10,5 oggi” (FEB, 1986, pp. 496-497).

Rapporto Wapenhans sui fallimenti della BM...

I prestiti danno perlomeno risultati soddisfacenti? Nel febbraio 1992, Willi Wapenhans, vicepresidente della BM, stila una relazione ufficiosa di valutazione dei progetti finanziati dalla Banca (circa 1.300 progetti in corso in 113 paesi). Le conclusioni sono allarmanti: il 37,5% dei progetti sono ritenuti insoddisfacenti al termine della loro realizzazione (contro il 15% del 1981), e solo il 22% degli impegni finanziari risulta conforme alle direttive della BM, cosa che però non le impedisce di ricavare profitti
Dalla Relazione risulta un’altra rilevazione: la contraddizione tra l’istituzione finanziaria rappresentata dalla BM e l’agenzia di sviluppo che si presume sia. La Banca cerca di nascondere i trasferimenti di risorse del Sud a proprio profitto (17 miliardi di dollari nel 1992) continuando a prestare, contribuendo così all’appesantimento del conto aperto.
La BM e’ dunque un affare redditizio. Tra il 1988 e il 1991, il surplus delle sue operazioni di sfruttamento ha sistematicamente raggiunto il miliardo di dollari l’anno, balzando a 1,645 miliardi di dollari nel 1992. Nel 1993 le sue riserve ammontavano alla cifra di 14 miliardi di dollari

Primavera 1997: la BM prova urgente bisogno di concedere prestiti

A rischio di dover subire una seria crisi di dimagrimento, stando a uno dei suoi amministratori, la BM avrebbe dovuto sfruttare urgentemente una riserva di capitali dormienti. A suo avviso, la BM disponeva dunque di un potenziale di prestito non impiegato: “la BM deve essere più attrattiva, cosi’ da potere ‘attivare’ le somme restanti”, precisa questo amministratore belga, Luc Hubloue (Agenzia belga, 28 aprile 1997).
L’amministratore ipotizzava vari modi per impiegare nella maniera piu’ proficua le risorse dell’organismo finanziario internazionale, che stava in quel momento subendo la forte concorrenza delle banche commerciali.
Secondo questo personaggio, la BM avrebbe dovuto essere disposta a cofinanziare progetti soprattutto in paesi che avevano gia’ accesso a capitali privati. I prestiti, in questo caso, avrebbero potuto erogarsi sulla base di un programma di investimenti del paese interessato. La BM poteva cosi’ ridurre la durata della fase preparatoria dei progetti. Tale preparazione, infatti, secondo Luc Hubloue, seguiva una procedura lunga e complicata, che durava a volte un paio d’anni; cosi’ lunga, soggiungeva l’amministratore, che certi paesi - ad esempio il Brasile - hanno preferito rivolgersi a una banca commerciale, anche se con tassi di interesse più elevati. Alcuni mesi dopo, i capitali della coppia FMI/BM non sarebbero piu’ bastati per tentare di arginare la catastrofe finanziaria in Asia.


1997: scoppia un’altra crisi finanziaria

1982: crisi messicana di indebitamento; 1994: seconda crisi messicana; 1997: prodromi della crisi nel Sud-est asiatico e nei paesi dell’Est. Ogni volta, la BM non è stata in grado di accorgersi che stava per esplodere la crisi. Quando cominciavano ad essere scosse la Thailandia e le altre tre “tigri” asiatiche, la BM dichiarava nella propria Relazione del 1997 sull’Indebitamento mondiale: “L’indebitamento resta sano. Benche’ l’aumento globale del debito superi quello delle esportazioni, il rapporto tra lo stock del debito e quello delle esportazioni resta a un livello contenuto: 99% nel 1996, ben piu’ basso rispetto alla media del rapporto dei paesi con redditi medi o deboli. che saliva al 146%” (BM, 1997, p. 160).
Eppure, un’analisi seria dei dati forniti dalla stessa BM nello stesso documento avrebbe dovuto approdare a una conclusione diversa: si poteva scoprire che il debito del settore privato aveva compiuto un poderoso balzo in avanti nel 1996 e, questo, senza che tale debito fosse minimamente garantito. Era inoltre possibile notare che era vertiginosamente cresciuto il debito a breve termine (con elevato tasso di interesse). E si poteva constatare l’aumento del flusso di investimenti in titoli, particolarmente volatili.
Una volta esplosa la crisi, la BM ripropone come medicina i rimedi che tante sofferenze umane sono gia’ costati, fallendo al contempo ovunque nel rilancio dello sviluppo.


I programmi di aggiustamento strutturale stabiliti dal FMI e dalla BM

E’ interessante notare come lo stesso termine (“aggiustamento strutturale”) compaia indifferentemente nelle raccomandazioni di politica economica rivolte ai paesi industrializzati, al Terzo mondo o ai paesi dell’ex campo socialista. La svolta neoliberista da’ vita a un insieme coerente ed omogeneo di ricette, piu’ o meno identiche per il Nord e per il Sud. La “flessibilita’” diventa la parola chiave. Al Nord, si tratta di far saltare certi paletti istituzionali e di ridimensionare le conquiste sociali che avevano accompagnato e sotteso i successi della crescita economica del secondo dopoguerra e si erano poi gradatamente andate trasformando, incidendo sulle condizioni della redditività, in altrettanti ostacoli all’accumulazione capitalistica. Al Sud, e’ l’intervento statale in qualsiasi forma il bersaglio delle “lettere di intenti” negoziate dai paesi indebitati con il FMI, che esige una politica antisociale.
Se i rapporti del FMI con i paesi della periferia sono antichi, e’ negli anni Ottanta, dopo l’emergere della crisi del debito, che esso consacra ad essi gran parte delle proprie attivita’, guadagnandovi in potenza. Quanto alla BM, come abbiamo visto, il suo intervento aumenta in periferia fin dalla fine degli anni Sessanta.
A partire dall’inizio degli anni Ottanta, la BM e il FMI danno vita a una coppia per la gestione della crisi del debito e l’instaurazione di politiche di aggiustamento. Al contempo, si trasformano in grandi percettori di debiti.
Un paradosso: pur non essendo mai raggiunti stabilmente gli obiettivi di ritorno alla crescita economica, nonostante si sviluppi l’instabilita’ finanziaria a causa delle politiche del FMI e della BM, entrambe queste istituzioni si rafforzano. A partire dalla crisi messicana del 1994, va pero’ notato che il FMI ha avuto il sopravvento sulla BM nel decidere le politiche da seguire. La preminenza del FMI si riconferma al momento della crisi asiatica del 1997-1998. Il ruolo della BM resta di primo piano per quanto riguarda i paesi piu’ poveri, i rapporti con le Organizzazioni non governative (per “recuperarle”), i programmi mirati per i piu’ bisognosi.
Per quanto riguarda il termine “aggiustamento”, adeguamento, per i paesi del Sud il punto e’ a che cosa essi si debbano adeguare. Se si conviene che l’economica mondiale non e’ univoca ma gerarchizzata e che i PVS non possono limitarsi semplicemente a imitare le politiche seguite un tempo nei paesi industrializzati, la risposta e’ evidente: l’adeguamento strutturale non offre una reale prospettiva di sviluppo, anzi e’ vero il contrario.

Obiettivi dichiarati dei prestiti di “aggiustamento”

Tali obiettivi si esprimono nella loro quintessenza nell’art. 1 della Carta del FMI, nella quale si puo’ leggere: “bisogna favorire la crescita equilibrata del commercio mondiale”. In questo senso, i paesi che importano regolarmente piu’ di quanto non esportino hanno bisogno di essere finanziariamente sorretti per non venire esclusi dagli scambi internazionali. Senza prestiti, niente acquisti. Stando alla spiegazione fornita dal FMI, i suoi interventi non solo consentono a questi paesi di continuare a partecipare agli scambi internazionali, ma i programmi di “aggiustamento” li portano ad aumentare tale partecipazione.
Gli Statuti del FMI, inoltre, prevedono che questo istituto debba “adottare politiche tendenti ad aiutare i suoi membri a risolvere i loro problemi di bilancia dei pagamenti” e che prenda “misure adeguate per l’uso temporaneo che si fara’ delle risorse”: cosa in virtu’ della quale il FMI interviene direttamente nel decidere le politiche economiche dei paesi che hanno richiesto prestiti.
Rispetto al debito, un programma di “aggiustamento” rappresenta la migliore delle garanzie che un paese possa continuare a restituire. La priorita’ di questi programmi, infatti, sono gli incassi delle esportazioni. Una quota notevole di questi incassi riprendono rapidamente la via del FMI e della BM, i primi creditori a recuperare le somme prestate, insieme alle banche private (riunite nel Club di Londra) o agli Stati riuniti nel Club di Parigi, che vengono subito dietro e che quindi ricavano tutti un vantaggio palese dalla collaborazione con il FMI e la BM.

Debito e “aggiustamento” strutturale

Visto che i paesi sono indebitati, il FMI e la BM possono costringerli (si tratta di una sorta di ricatto economico) a riorientare “adeguatamente” la propria politica macroeconomica in conformita’ con gli interessi dei creditori internazionali. L’obiettivo consiste nell’imporre un rapporto di legittimazione dell’interesse del debito mantenendo le nazioni debitrici in una morsa che non consente loro di imbarcarsi in un’autonoma politica economica nazionale (Chossudovsky, 1994).
Il programma di aggiustamento strutturale e’ stato applicato su larga scala. Mentre le condizioni vigenti nei paesi che debbono “riadeguarsi” sono considerevolmente diverse tra loro, si applica un’unica ricetta economica su scala planetaria. Adottare le prescrizioni del Fondo, in base all’accordo di stabilita’ economica, non solo e’ la condizione per ottenere prestiti dalle istituzioni multilaterali, ma da’ anche via libera ai Club di Parigi e di Londra, agli investitori stranieri, alle istituzioni bancarie commerciali e ai fornitori bilaterali di fondi.
E’ evidente che il paese che si rifiuta di accettare le misure di politica correttiva del Fondo si trova di fronte a serie difficolta’ se vuole rimodulare il proprio debito e/o ottenere nuovi prestiti da destinare allo sviluppo, o se vuole avere accesso all’assistenza internazionale. Il FMI ha altresi’ il potere di destabilizzare seriamente l’economia nazionale bloccando il credito a breve scadenza, destinato a sorreggere il commercio dei beni di uso corrente.
Il FMI e la BM sono stati vieppiu’ sollecitati dai detentori di capitali del Nord a recuperare i cosiddetti “prestiti cattivi” dovuti alle banche commerciali. Il versamento di denaro fresco in forma di prestiti a breve scadenza aveva lo scopo di costringere i PVS a rimborsare i loro debiti alle banche commerciali e agli Stati: denaro fresco per facilitare il rimborso di debiti pregressi (Chossudovsky, 1994).
Il rifinanziamento di debiti pregressi da parte degli istituti finanziari internazionali diventa un modo per costringere i paesi del Terzo mondo a rimborsare i debiti, inclusi gli arretrati. Per esempio, dopo le sommosse represse nel sangue nel 1989, al momento della conversione dei “debiti cattivi” del Venezuela presso le banche di New York in azioni garantite dagli istituti finanziari internazionali, non un solo dollaro del totale delle misure di sostegno del FMI e della BM e’ entrato in Venezuela.
Piu’ di recente, i prestiti forniti alla Corea, alla Thailandia, all’Indonesia e alle Filippine dal FMI e dalla BM, dalla Banca asiatica per lo sviluppo, mirano al rimborso del debito a breve termine dovuto da questi paesi (e soprattutto dalle imprese private) ai magnati del Nord e della regione.


Riforma macroeconomica: il Programma di aggiustamento strutturale

I prestiti delle istituzioni finanziarie internazionali (comprese le banche regionali per lo sviluppo legate alla BM) vengono concessi sotto forma di sostegno alla bilancia dei pagamenti, consistono cioe’ in capitali prestati a breve scadenza per finanziare le importazioni o per il rimborso di debiti. Sono prestiti invariabilmente accompagnati da condizioni che impongono di seguire una determinata politica. In altri termini, questi prestiti di natura politica vengono concessi dalle istituzioni finanziarie internazionali a condizione che il governo nazionale adotti un programma di stabilita’ economica e di riforme economiche strutturali, d’intesa con le esigenze di chi fornisce il prestito.
Gli accordi relativi a questi prestiti di natura politica comportano esplicitamente la smobilitazione delle risorse interne: non sono mai abbinati a un programma di investimenti, come avviene per i prestiti convenzionali. (NdA - Per questa parte del testo e per quella che segue sulle “Due fasi dell’aggiustamento strutturale” mi sono ispirato alle due opere di Michel Chossudovsky: La Pauvreté des nations, CADTM, Bruxelles, 1994 e The Globalisation of Poverty, 1997, apportando elementi personali, di cui naturalmente non puo’ essere ritenuto responsabile l’autore suddetto).

Invariabilmente, l’applicazione iniziale di sostanziali riforme si esige prima di negoziare il prestito per l’aggiustamento strutturale. Il governo di un determinato paese deve fornire al FMI la prova che e’ “seriamente impegnato ad introdurre una riforma economica” prima di avviare effettivamente le trattative per il prestito. Spesso il quadro di contesto di tale processo e’ il cosiddetto “programma segreto del FMI”, in cui quest’ultimo impone le linee politiche direttrici e fornisce consigli tecnici al governo, senza che vi sia prima qualsiasi formale supporto tramite il prestito. Le autorita’ indonesiane sono state costrette a liquidare varie grandi banche nel novembre del 1997 prima di ricevere le somme promesse dal FMI. La procedura di dichiarazione di fallimento di tali banche ha provocato nella popolazione un panico vero e proprio e il FMI e’ stato costretto ad ammettere questo suo errore tattico agli inizi del gennaio del 1998 (New York Times, 14 gennaio 1998). Ha poi ottenuto dal dicastero indonesiano la sottoscrizione di un atto di sottomissione al FMI, sotto lo sguardo dominatore di Michel Camdessus e di fronte alle telecamere.
Si ritiene dunque che il governo debba adeguarsi in modo soddisfacente al “programma segreto” del FMI prima dell’avvio della trattativa formale per la concessione del prestito. Una volta che questo e’ stato concesso, le realizzazioni politiche vengono rigorosamente controllate trimestralmente dagli istituti di Washington. Le erogazioni avvengono in varie tranches e possono venire interrotte se non sono partite le riforme.

Suddivisione dei compiti fra i due organismi

Vale la pena di notare come vi sia fra il FMI e la BM uno stretto legame per quanto riguarda l’attuazione del programma di aggiustamento strutturale.
In molti paesi indebitati il governo elabora uno schema di sue priorita’ nella cosiddetta “lettera di intenti” (Policy Framework Paper, PFP). Il contenuto di tale documento viene ufficialmente deciso dal governo del paese che richiede il prestito, ma in realta’ viene regolarmente redatto sotto la supervisione delle istituzioni di Bretton Woods.
C’e’ un’evidente suddivisione dei compiti fra le due istituzioni-sorelle:
- il FMI si occupa delle trattative nodali di politica strutturale, prendendo in considerazione il tasso cambiario e il passivo di bilancio:
- la BM, da parte sua, viene coinvolta nel processo di riforma strutturale attraverso il proprio ufficio di rappresentanti al livello del paese e tramite le sue numerose missioni tecniche. Inoltre, la BM e’ presente anche nella maggior parte dei principali ministeri che decidono il quadro specifico dell’aggiustamento strutturale. Le riforme in materia di sanita’, istruzione, industria, agricoltura, trasporti, ambiente, ecc. sono sotto controllo della BM.
Le istituzioni di Bretton Woods utilizzano svariate facilitazioni nei prestiti a condizione che si segua una determinata politica.


Le due fasi dell’aggiustamento strutturale

Si considera in genere l’aggiustamento strutturale come suddiviso in due fasi distinte. La stabilizzazione macroeconomica “a breve scadenza” che comprende la svalutazione, la liberalizzazione dei prezzi e l’austerita’ fiscale, e’ seguita dall’attuazione di un certo numero di riforme strutturali piu’ di fondo (indicate come “indispensabili”).
Spesso pero’ le riforme strutturali sono realizzate parallelamente al processo di “stabilizzazione economica”.

Prima fase: la stabilizzazione economica a breve scadenza

1. Svalutazione - La svalutazione e l’unificazione del tasso cambiario (che implica la soppressione dei controlli di cambio e dei tassi cambiari multipli) rappresentano uno strumento essenziale della politica centrale. La svalutazione, va sottolineato, viene esplicitamente attuata dagli istituti di Bretton Woods. Il FMI svolge un ruolo politico chiave nelle decisioni relative alla svalutazione.
Il tasso di cambio regola i prezzi pagati ai produttori diretti nonche’ il reale valore dei salari, che vengono compressi in conseguenza di un aumento dei prezzi sul mercato interno e della deindicizzazione dei salari [abolizione della scala mobile] imposta dal FMI.
In alcuni casi, la svalutazione e’ stata alla base della riattivazione del commercio agricolo rivolto al mercato delle esportazioni. Piu’ spesso, tuttavia, i profitti vanno ad esclusivo vantaggio delle grandi piantagioni commerciali e degli esportatori agroindustriali.
Le svalutazioni vengono spesso ribattezzate nell’Africa francofona “svalutazioni tam tam” perche’ i detentori di capitali locali, le classi agiate in genere, hanno il tempo di prepararvisi acquistando divise forti prima della svalutazione, per riconvertirle in moneta nazionale dopo la svalutazione. Dopo la svalutazione del 50% del franco centrafricano del gennaio 1994 applicata a 13 Stati africani, i detentori di capitali che avevano cambiato a tempo i loro franchi centroafricani in divise forti si sono visti raddoppiare di colpo il proprio capitale.
Per un paese, i guadagni a breve termine della svalutazione vengono immancabilmente annullati quando le altre nazioni del Terzo mondo, in concorrenza, sono costrette a loro volta a svalutare. La svalutazione della moneta viene spesso richiesta come condizione preliminare per negoziare un prestito per l’aggiustamento strutturale.

2. Austerita’ di bilancio - Il FMI impone precise direttrici e tiene conto del passivo di bilancio e della composizione delle spese governative. Le direttrici investono sia le spese operative sia quelle per lo sviluppo. Gli istituti di Bretton Woods impongono licenziamenti di personale del pubblico impiego e tagli drastici di programmi del settore sociale. Le misure di austerita’ colpiscono tutte le categorie di spesa pubblica.
All’inizio della crisi del debito, l’intervento delle istituzioni finanziarie internazionali si limitava a questo: esse fissavano un obiettivo per il passivo di bilancio, onde liberare risorse statali per gli interessi del debito. Dalla fine degli anni Ottanta, la BM dirige rigidamente la struttura delle spese pubbliche per mezzo della cosiddetta “rassegna delle spese pubbliche” (Public Expenditure Review). In questo quadro, la composizione delle spese di ciascun ministero e’ sottoposta alla supervisione degli istituti di Bretton Woods. La BM raccomanda un “reale trasferimento dei costi” dalle categorie regolari di spesa verso spese “miranti a un obiettivo”. Secondo la BM, la “supervisione delle spese pubbliche” ha lo scopo di “promuovere la riduzione della poverta’ grazie a costi reali ed efficaci”.
La struttura per le spese “miranti a un obiettivo” si applica anche alle spese di investimento. Il Programma d’Investimento Pubblico (Public Investment Program), anch’esso sotto la supervisione della BM, esige dai governi la drastica riduzione del numero obbligato”, si riduce al minimo la costituzione del capitale per l’infrastruttura economica e sociale indispensabile.
Per quanto riguarda i settori sociali, le istituzioni finanziarie internazionali insistono sul criterio della copertura dei costi da parte degli utenti (i pazienti che ricorrono ai servizi sanitari, i genitori dei bambini che vanno a scuola) e sul graduale ritiro dello Stato dai servizi basilari, salute e istruzione. Il concetto di “prestito concesso a condizione di puntare a un obiettivo obbligato” viene applicato nei settori sociali ai cosiddetti “settori vulnerabili”.
Le misure di austerita’ nei settori sociali impongono lo slittamento dei normali programmi verso programmi subordinati al perseguimento di obiettivi “obbligati”, cosa che e’ largamente causa del tracollo nei settori delle scuole, delle cliniche e degli ospedali. Al tempo stesso, tali misuri forniscono una parvenza di legittimita’ alle istituzioni con base a Washington.
Il FMI applica al “passivo di bilancio” il concetto di “obiettivo mobile”. Si fissa preliminarmente un obiettivo del 5% del PIL, il governo lo raggiunge e in negoziati ulteriori, o in seno allo stesso accordo di prestito, il FMI lo abbassa al 3,5%, con la scusa che il piano governativo di spese e’ un piano inflazionistico. Una volta raggiunto l’obiettivo del 3,5%, il FMI esige la riduzione del passivo di bilancio all’1,5%, e cosi’ via. Il movente di fondo di questo esercizio e’ evidente: occorre liberare le risorse dello Stato per riuscire a pagare gli interessi del debito estero (Chossudovsky, 1997, p.60).

3. Liberalizzazione dei prestiti - Si tratta di una misura che consiste nell’eliminare sussidi e/o controlli dei prezzi. Immediato e’ l’impatto sul livello dei salari reali (sia nel settore formale, sia in quello informale). La deregolamentazione dei prezzi dei cereali per uso domestico e la liberalizzazione dell’importazione di riserve alimentari sono altrettanti tratti essenziali del programma. Prodotti agricoli europei o nordamericani che godono di sovvenzioni (PAC - Politica Agricola Comune - nel caso dell’UE) invadono il mercato locale, provocando la riduzione dei redditi dei locali produttori o comportandone il fallimento puro e semplice. Non e’ raro, d’altronde, vedere eccedenze agricole del Nord rivendute al Sud in un quadro di vero e proprio dumping.
Le conseguenze del programma di liberalizzazione si ripercuotono sugli stessi prezzi di quello che entra nei paesi e sui prezzi delle materie prime. Insieme alla svalutazione, le misure prese comportano aumenti sostanziosi dei prezzi interni di prodotti come fertilizzanti, erbicidi, sementi, attrezzi, ecc. e tendono ad avere immediati contraccolpi economici sulla struttura dei costi nella maggior parte dei settori di attivita’ economica.

4. Fissazione dei prezzi dei prodotti petroliferi e dei servizi pubblici - Il prezzo del combustibile da petrolio viene regolato dallo Stato sotto la supervisione della BM. I rialzi del prezzo dei carburanti e dei servizi pubblici (spesso dell’ordine di diverse centinaia di %) finiscono per destabilizzare i produttori interni. L’elevato prezzo interno della benzina, spesso spinto al di sopra dei prezzi del mercato mondiale, si ripercuote sulla struttura dei prezzi dell’industria locale e dell’agricoltura. I costi di produzione ne risultano gonfiati ben al di sopra dei prezzi nazionali, il che provoca il fallimento di un gran numero di societa’.
Vale la pena di notare come periodici balzi del prezzo dei prodotti petroliferi imposti dalla BM (adottati contemporaneamente alla liberalizzazione delle importazione di beni di prima necessita’) producano l’effetto di una “tassa di transito interno”, allo scopo di tagliare fuori dal proprio mercato interno i produttori locali.
In numerosi PVS, l’elevato prezzo della benzina contribuisce a interrompere il trasporto di beni all’interno del paese. L’elevato costo dei trasporti, imposto dalle istituzioni finanziarie internazionali, e’ uno dei fattori chiave che impedisce ai piccoli produttori locali di vendere i propri prodotti nel mercato cittadino, dove la concorrenza con i prodotti agricoli importati dall’Europa o dal Nordamerica e’ diretta.
La BM, del resto, si e’ lanciata in un’offensiva perche’ qualsiasi tipo di servizio fornito dallo Stato diventi un servizio a pagamento e/o venga trasferito al settore privato. Non si tratta soltanto della sanita’ e dell’istruzione, ma anche delle comunicazioni: viabilita’, reti elettriche, idriche, ecc.. “Il fatto che anche i poveri siano disposti a pagare per la maggior parte dei servizi infrastrutturali rende ancor piu’ possibile l’istituzione di un canone per il servizio. L’intervento del settore privato al livello della gestione, del finanziamento o della proprieta’ sara’ indispensabile nella maggior parte dei casi per imprimere una svolta commerciale allo sfruttamento delle infrastrutture” (BM, 1994, p. 3).

5. Deindicizzazione dei salari - Il FMI impone la compressione dei salari reali sopprimendo la scala mobile e liberalizzando il mercato del lavoro. Questo esige la soppressione nei contratti collettivi delle clausole di adeguamento al costo della vita, cercando di porre fine alla determinazione per legge dei minimi salariali. Va fatto assolutamente rilevare che, mentre i salari equivalgono a un decimo o a un ventesimo di quelli pagati nei paesi capitalisticamente avanzati, il programma di aggiustamento strutturale provoca l’aumento dei beni correnti locali, che si portano cosi’ ai livelli dei prezzi praticati nelle economie dei paesi capitalisticamente avanzati (e in certi casi addirittura al di sopra).

Seconda fase: l’aggiustamento strutturale propriamente detto

L’attuazione della cosiddetta “stabilizzazione macroeconomica” (che e’ la condizione per ottenere un finanziamento dal FMI e la rinegoziazione del debito estero presso i Club di Parigi e di Londra) e’ immancabilmente seguita dall’applicazione delle riforme strutturali “indispensabili”.
Il FMI e la BM si dividono i compiti. Le riforme economiche “indispensabili” vengono “incoraggiate” dai prestiti per l’aggiustamento strutturale (Structural Adjustement Loans) della BM e dai prestiti per l’aggiustamento settoriale (Sectorial Adjustement Loans). L’insieme delle misure di riforma strutturale si presentano grosso modo nel modo seguente:

6. Liberalizzazione del commercio - La soppressione delle barriere tariffarie protettive e’ concepita allo scopo di rendere piu’ “competitiva” l’economia nazionale. In realta’, la liberalizzazione del commercio comporta il tracollo della produzione industriale destinata al mercato interno e al disimpegno di capitale realmente produttivo.

7. Liberalizzazione del sistema bancario - Tale misura consiste nell’imporre la privatizzazione delle banche pubbliche per lo sviluppo e nel deregolamentare il sistema bancario commerciale. La Banca centrale perde il controllo della politica monetaria: i tassi di interesse sono determinati sul libero mercato dalle banche commerciali. Si noti che in base agli accordi sottoscritti nel 1993, le banche commerciali straniere sono autorizzate a entrare lberamente nei settori bancari nazionali. La tendenza e’ quella alla destabilizzazione degli istituti bancari nazionali, siano essi statali o privati.
Il FMI impone inoltre rilevanti aumenti dei tassi di interesse, reali o nominali. La tendenza all’aumento dei tassi di interesse si ripercuote sui prezzi interni. Tale politica comporta il tracollo del credito, sia per l’agricoltura sia per l’industria del paese. Gli imprenditori locali sono scoraggiati dagli elevati tassi di interesse e gli strati popolari, e le stesse classi medie, si vedono progressivamente restringere la possibilita’ di accesso al credito, con conseguente effetto di compressione dei consumi. Si conserva il credito a breve scadenza per il commercio estero, ma il settore bancario nazionale tende a sganciarsi dall’economia reale. La politica di interessi elevati praticati in paesi quali il Brasile e il Messico mobilitano la rendita di capitale.
Il finanziamento di svariate attivita’ non produttive comprende quelle connesse al traffico illegale e provoca un afflusso di denaro sporco. Il riciclaggio di tale denaro viene incoraggiato ed agevolato dalla natura di queste riforme (deregolamentazione, abbandono del controllo dei cambi, ecc.).

8. Privatizzazione delle imprese pubbliche - La privatizzazione delle imprese pubbliche e’ regolarmente connessa alla rinegoziazione del debito estero di un paese. Quelle che producono maggiori profitti vengono rilevate dal capitale straniero o da consorzi e il ricavato di tali vendite viene indirizzato verso i Club di Londra e di Parigi. I creditori internazionali e le multinazionali ottengono in tal modo il controllo sulle imprese statali senza in realta’ effettuare alcun reale investimento. Quando un grande numero di paesi vendono contemporaneamente le proprie imprese pubbliche il loro prezzo precipita.
A seguito del programma di privatizzazione e della riforma del sistema bancario, il FMI esige di lasciare campo libero ai movimenti di capitali, raggiungendo in tal modo un duplice obiettivo:
a) le societa’ straniere possono rimpatriare i profitti in divise verso il Nord;
b) si incoraggia, grazie all’impunita’, il “rimpatrio” verso il Sud di capitali depositati in conti segreti, compresi grandi quantitativi di denaro sporco. Orientati verso il mercato interbancario, questi vengono poi convertiti in moneta locale per l’acquisto di beni statali e terreni pubblici, destinati alla vendita dalle istituzioni di Bretton Woods, nel quadro della privatizzazione.

9. Riforma delle tasse - I cambiamenti puntano a minare la produzione interna, da entrambi i punti di vista: della domanda e dell’offerta. L’introduzione di una tassa sul valore aggiunto, l’IVA, o di una tassazione delle vendite, i cambiamenti nella struttura dell’imposizione diretta, equivalgono a un fardello più pesante per i ceti medi. La registrazione dei piccoli produttori, dei lavoratori/venditori del settore informale, rientra nella politica della BM per aumentare le tasse.
Uno degli autori favorevoli alla politica fiscale caldeggiata dal FMI la presenta nel modo seguente: “Il FMI incoraggia i PVS ad avviare riforme della loro fiscalita’ al fine di permettere una migliore allocazione delle risorse economiche. Chiede pertanto la soppressione di livelli troppo progressivi per l’imposta sul reddito, perche’ questi producono distorsioni onerose nella destinazione delle risorse, stimolano la frode fiscale e comportano ingenti carichi amministrativi per scoprire gli evasori. Le riforme fiscali raccomandate dal FMI comprendono anche la revisione delle tasse sul commercio estero” (Lenain, 1993, p. 55 - Patrick Lenain e’ stato funzionario del FMI). Argomenti, queste, che non hanno bisogno di commento.

10. Privatizzazione delle terre - Si tratta di una politica che consiste nell’emissione di titoli di proprieta’ terriera nel momento stesso in cui si eleva il tetto d’accesso a questo tipo di proprieta’. La misura incoraggia la concentrazione di terre in mano a pochi, i piu’ ricchi, con i piccoli proprietari terrieri che tendono a rinunciare alla terra o ad ipotecarla, finendo per trasformarsi in mezzadri, in braccianti agricoli stagionali, o per prendere la via dell’inurbamento. Si tratta di una misura che colpisce il diritto consuetudinario alla terra (in Africa o in India, ad esempio), o conquiste che sono frutto di vere e proprie trasformazioni rivoluzionarie (nel caso del Messico degli anni Novanta, si tratta della riforma dell’art. 27 della Costituzione relativo all’ejido). Questa controriforma della proprieta’ fondiaria ha dato luogo a forti mobilitazioni contadine in Egitto nel 1997.
Anche la privatizzazione delle terre serve a rimborsare il debito. Le vendite pubbliche di terreni, infatti, procurano introiti allo Stato, e questi vengono indirizzati verso i creditori internazionali. Queste operazioni servono inoltre a riciclare tranquillamente denaro sporco rimpatriato.

11. Mercato del lavoro - Il FMI e la BM raccomandano di flessibilizzare la regolamentazione del mercato del lavoro. Queste istituzioni spiegano che le rigidita’ istituzionali limitano la mobilita’ e la ricollocazione della manodopera e sono quindi fonte di disoccupazione (Lenain, 1993, p. 58; Decornoy, 1995; Valier, 1996). La BM ha dedicato l’intera sua Relazione sullo Sviluppo nel Mondo del 1995 al problema del lavoro, con il titolo “Il mondo del lavoro in un’economia senza frontiere”. Essa non esprime intenzioni sfumate, tutt’altro: “La ricerca di una maggiore mobilita’ dei lavoratori spingera’ spesso ad applicare misure che consentiranno al processo di distruzione di posti di lavoro - che implica licenziamenti nel settore pubblico - di proseguire il proprio corso” (sic! - ivi, p. 8).
Per la BM non esiste il problema di istituire o conservare indennita’ di disoccupazione per un periodo prolungato, che sarebbero secondo lei fonti di disoccupazione. Essa fornisce la seguente definizione di una “politica volontaristica del mercato del lavoro”: “Politica che punta ad aiutare i disoccupati a ritrovare un lavoro o a migliorare le prospettive future di quelli che lavorano; cio’ implica l’aiuto a trovare un lavoro, la formazione e iniziative di creazione di posti di lavoro”; viceversa, “una politica passiva punta a sostenere il tenore di vita di chi non lavora tramite sovvenzioni in denaro o altro” (BM, 1995, p. VIII).
Quanto ai salari, la BM si pronuncia inequivocabilmente per la soppressione del salario minimo nei paesi del Terzo mondo. Essa parte da questo postulato: dove esiste il salario minimo, “e’ troppo elevato rispetto al reddito del paese e agli altri salari, per cui anche un aumento minimo ridurrebbe l’occupazione” (BM, 1995, p. 88). La conclusione e’ senza appello: “L’istituzione del salario minimo puo’ avere una sua utilita’ nei paesi industrializzati, ma e’ difficilmente giustificabile in paesi con basso o medio reddito” (ivi, p. 93).

12. Sindacati - Secondo la BM, i sindacati accentuano i “privilegi” dei lavoratori del settore formale e quindi “falsano il gioco della distribuzione dei redditi” ai danni della “moltitudine di coloro che costituiscono la popolazione attiva del settore informale e di quello rurale” (BM, 1995, p. 95). Essa rileva inoltre che “i sindacati hanno a volte impegnato il proprio potere politico a contrapporsi all’aggiustamento strutturale” (ivi, p. 96). Comunque, concede che i sindacati sono tollerabili: “Non e’ necessario rifiutarsi di riconoscere i diritti dei lavoratori per ottenere un incremento dei redditi” (ivi, p. 101).

13. Sistema pensionistico - Negli ultimi anni la BM si e’ occupata della riforma dei sistemi pensionistici e sostiene attivamente il risparmio pensione tramite capitalizzazione, per sviluppare i fondi pensionistici privati che appunto, incoraggiati dalla BM e dal grande capitale, si sono notevolmente sviluppati, soprattutto in Brasile, in Cile, in Messico. Ma, in Brasile, alcuni di alcuni di questi fondi incontrano gia’ una serie di problemi e i loro amministratori sono regolarmente implicati in episodi di corruzione.

14. Poverta’ e reti di assistenza sociale - Le istituzioni di Bretton Woods hanno abbandonato l’idea di sradicare o di contenere la poverta’ in modo generalizzato. Si tratta ora di “gestire la poverta’” perche’ sia “sostenibile”. Nel momento stesso in cui si infliggono tagli ai bilanci sociali, si decidono programmi mirati per i piu’ poveri. Si pretende che questo sia il sistema piu’ efficace, ma questi programmi “mirati” si affiancano al “contenimento dei costi” e alla “privatizzazione” di sanita’ e istruzione (le medicine, le visite mediche, l’iscrizione scolastica diventano a pagamento).
Lo Stato si ritira e tutta una serie di programmi, un tempo spettanti alla giurisdizione di ministeri, vengono ormai gestiti da organismi civili, con ONG che si sono gradatamente assunte le funzioni di governi locali. Visto il congelamento dei fondi, la produzione su piccola scala di progetti artigianali, il subappalto da parte delle ditte esportatrici, la formazione in comunita’ di base, i programmi di collocamento al lavoro, ecc., si effettuano sotto la copertura della “Rete di assistenza sociale”, assicurando cosi’ la precaria sopravvivenza della popolazione al livello locale e contenendo al tempo stesso il pericolo di sommovimenti sociali.

15. Buon governo (Good Governance) - Anche se la BM lo nega, la concessione di prestiti a partire dagli anni Novanta e’ esplicitamente dettata da precise condizioni politiche, fra le quali il “buon governo”. Benche’ l’applicazione dei Programmi di aggiustamento strutturale (PAS)esiga immancabilmente il rafforzamento di un apparato di Stato autoritario, si richiede come corollario del “libero” mercato una facciata di trasformazione “democratica”.
A partire dagli inizi degli anni Novanta, dopo che l’applicazione dei PAS aveva più volte comportato ribellioni popolari in vari paesi, il buon governo diventa un tema ricorrente per la BM. In effetti, le autorita’ locali che applicano il PAS perdono di legittimita’ agli occhi della popolazione, in quanto sembrano rinunciare alla propria autonomia di fronte alle istituzioni finanziarie internazionali. La BM risponde a questa situazione dichiarandosi estranea e attribuendo ai difetti dei regimi vigenti la responsabilita’ dei tumulti popolari. Il tema del buon governo diventa un ulteriore strumento di subordinazione dei paesi indebitati.
Nel 1990, Barber Conable, presidente della BM dal 1986 al 1991, fa la seguente dichiarazione ai pochi Governatori africani della Banca: “Consentitemi di essere franco: l’incertezza politica e il regno dell’arbitrio in tanti paesi dell’Africa subsahariana rappresentano degli ostacoli di fondo per il loro sviluppo [...]. Dicendo questo, non parlo di politica, ma mi ergo a difensore di una maggiore trasparenza e di un’accresciuta responsabilita’, del rispetto dei diritti umani e della legge. La governabilita’ e’ connessa allo sviluppo economico, e i paesi donatori lasciano sempre piu’ chiaramente intravedere che smetteranno di sostenere sistemi inefficienti, che non rispondono ai bisogni elementari della popolazione”.
Il tema del buon governo offre altri due vantaggi alla BM. In primo luogo, essa risponde alle sempre piu’ vivaci critiche internazionali dicendo che si preoccupa della buona gestione dei mezzi concessi ai regimi in carica perche’ l’“aiuto” pervenga ai gruppi sociali interessati, i poveri come gli industriali. In secondo luogo, cerca appigli nazionali al di fuori delle autorita’ per raggiungere i propri obiettivi: le ONG locali e straniere, i mezzi di comunicazione di massa, i poteri religiosi, la camere padronali. La governabilita’ assume un’importanza tale nel modo di procedere della BM che questa le dedica nel 1992 una Relazione apposita, dal titolo: “Buon governo e sviluppo” (BM, 1992).
Come definire il buon governo? Questa la risposta di Jean Leca: “La conformita’ dei governi dipende da un processo complementare a quello dello scambio strumentale di risorse: la costituzione di un serbatoio di lealta’ [in un quadro di subordinazione, aggiungiamo noi - NdA], che consente di accettare provvisoriamente uno scambio sfavorevole. [...] Si potra’ allora parlare di legittimita’ del potere come di un processo grazie al quale i governi producono (o utilizzano) uno (alcuni) sistema (sistemi) di giustificazione che permetta (permettano) loro di fare appello ove serva ad altri centri di potere sociale per ottenere un’effettiva ubbidienza” (Leca, 1985, p. 19).
In realta’, sviluppare il buon governo non implica in alcun modo la democrazia, bensi’ la messa in atto di politiche che consentano di ottenere il consenso degli oppressi. In numerosi casi, il discorso sul buon governo riesce malamente a dissimulare una pratica mirante a rafforzare il potere esecutivo e a indebolire i movimenti sociali.


 

Patto di lavoro dei fori sociali      

Proposta di documento sul Patto di Lavoro

Per preparare le giornate di Genova è stato sottoscritto, fra i soggetti organizzati che hanno lavorato alla loro realizzazione, un "Patto di lavoro" che definiva finalità, obiettivi, modalità e contenuti dell'iniziativa e che, nel mentre vincolava tutti alle scelte collettivamente assunte, si proponeva come terreno unitario condiviso.

Molto è cambiato ed ancora sta cambiando da quelle giornate; il movimento, se si preferisce, i movimenti contro questa globalizzazione stanno passando in questi cambiamenti registrando un continuo allargamento e mostrando di predisporsi ad una vita di lungo periodo. Il valore dell'unita ed il rispetto delle differenze di espressione fra quanti vi si riconoscono o potrebbero riconoscersi è un valore imprescindibile per le esperienze passate e per quelle a venire che va realizzato con il confronto, la ricerca del consenso e lo sviluppo di pratiche e modalità riconosciute da tutti.

Per questo la ricerca di un nuovo "Patto di lavoro" è un impegno cui dedicarsi senza cercare scorciatoie ma, anche, con decisione e convincimento.

Quello che segue è un documento che ha il valore di aprire una discussione e, quindi, non solo modificabile ma, anche, da arricchire e, se fosse necessario, persino da riscrivere. E' nato dalla riflessione delle giornate della prima assemblea nazionale del movimento di Firenze ed è offerto a tutti ed a tutte con 1'obiettivo di partire con una prima base di confronto.

Nel frattempo molto è accaduto e, quindi, può persino apparire superato non contenendo riflessioni ed ipotesi manifestatesi successivamente. Non avendo il movimento deciso alcun luogo "legittimato" a riscrivere la proposta o a formularne un'altra, lo mettiamo comunque in rete offrendolo a tutti ed a tutte convinti che sia utile essendo, comunque, prodotto all'interno della discussione e della pratica militante della nostra esperienza.

La riunione di Bologna del 13 pomeriggio, che si terra alla fine dell'assemblea nazionale di Attac Italia, proposta per preparare 1'assemblea nazionale di Roma. potrà raccogliere i suggerimenti e le reazioni in modo da utilizzarle al meglio per la svolgimento dei lavori del 18 e 19 (chiediamo di mettere in rete tutti i suggerimenti, i commenti e le opinioni che verranno raccolte e offerte al confronto assembleare).

Buon lavoro


1. Siamo quelli e quelle di Porto Alegre, spazio aperto e plurale di incontri e riflessioni, di formulazione di proposte e scambio di esperienze, per permettere ai movimenti sociali che si oppongono al neoliberismo e alla dominazione del mondo da parte del capitale, di costruire un'altra idea di mondo possibile, fondata innanzitutto sul protagonismo diretto degli uomini e delle donne. Ci riconosciamo nella dichiarazione dei movimenti sociali che insieme abbiamo sottoscritto a Porto Alegre a conclusione del primo Forum sociale mondiale.

2. Siamo quelli e quelle di Genova, uomini e donne convinte dell’illegittimità di un governo oligarchico del mondo, il G8, le cui politiche neoliberiste generano povertà, disoccupazione, devastazione ambientale. Siamo sindacati e Ong, associazioni e movimenti sociali, intellettuali e artisti, uomini e donne, lavoratori e disoccupati, contadini e studenti, impegnati a costruire una grande alleanza per creare una società nuova, lontana dalla logica del mercato e del denaro e centrata sul primato della persona, dei bisogni e del benessere collettivo.

3. Siamo quelli e quelle di Assisi, oppositori irriducibili, senza "se" e senza "ma", della guerra, alimentata propria dalle politiche dei grandi della Terra, dalla loro determinazione ad asservire il pianeta ai loro interessi politici, economici e anche culturali. E' questo dominio oppressivo che semina odio, xenofobia, sessismo e che costringe interi popoli a vivere nella miseria e nella disperazione.

4. Le nostre sole discriminanti sono il ripudio della guerra, il rifiuto del razzismo, del fascismo e del sessismo. Non conosciamo discriminazioni religiose, né culturali. Al contrario, al nostro interno convivono riferimenti e ambizioni differenti: la non violenza e la disobbedienza sociale, il pacifismo e lo sciopero di massa, sono per noi forme di lotta compatibili tra loro.

5. Siamo avversari irriducibili del terrorismo. Nonostante essa trovi proprio nella povertà e nell'emarginazione le sue energie migliori, nessuna contraddizione sociale, nessuna situazione disperante può giustificare l’orrore dell'atto terroristico. Al contrario, il terrorismo è esso stesso rivolto contro di noi, contro il nostro desiderio e la nostra possibilità di costruire un mondo migliore.

6. Ci battiamo per politiche e per società in cui non domini la strapotere delle multinazionali, 1'asservimento dei bisogni sociali agli imperativi del profitto e la sovranità degli stati e dei popoli ai comandamenti delle grandi istituzioni sovranazionali (Fmi, Omc, Banca mondiale). La globalizzazione capitalistica che costituisce il metro di misura di queste istituzioni non ci appartiene e per questo la rifiutiamo. Al contrario, noi ci battiamo per una globalizzazione solidale, rispettosa dei diritti degli uomini e delle donne, dei cittadini e dei lavoratori, dei popoli e dell'ambiente.

7. La globalizzazione rafforza un sistema sessista, patriarcale che favorisce 1'esclusione e la femminilizzazione della povertà. Essa aggrava tutte le forme di violenza contro le donne. Il rispetto dei diritti, dei bisogni e della libertà delle donne costituisce una dimensione centrale del nostra agire: senza di questo un altro mondo non sarà mai possibile.

8. Non siamo e non vogliamo essere un partito politico. Il nostro obiettivo, al contrario, e quello di salvaguardare le nostre differenti identità e i nostri specifici obiettivi. Allo stesso tempo pensiamo di poter costruire un percorso comune, fatto di riflessioni e di analisi, di lotte e di iniziative rivolte al mondo esterno a noi. Non intendiamo essere autoreferenziali: crediamo invece che fuori dalle nostre associazioni, dai nostri forum, dagli ambiti politici e sindacali molti cittadini e molte cittadine comuni


possano essere coinvolte nel progetto di una globalizzazione solidale. E' questo la scopo principale della nostra impresa collettiva.

9. Crediamo nella democrazia partecipata, le cui decisioni non sono prese da pochi tecnocrati, ma che richiede invece il coinvolgimento attivo dei cittadini, dei lavoratori, dei popoli alle grandi decisioni collettive. Crediamo nei principi della democrazia diretta e nell'esperienza di Porto Alegre e siamo impegnati ad estenderla e ad approfondirla. Per queste ragioni la democrazia costituisce il fondamento del nostra lavoro collettivo: ci basiamo sul metodo del consenso per valorizzare quello che ci unisce e relativizzare quel che ci divide; crediamo nella pari dignità tra organismi a carattere nazionale e/o verticale e strutture orizzontali, che si formano dal ”basso"; rifiutiamo la personalizzazione della politica e crediamo in un metodo di decisionalità collettivo e partecipato.

10. Abbiamo principi comuni, ma anche obiettivi comuni.

*    Il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, 1’Organizzazione mondiale del commercio, la Nato, mirano a costituire la struttura di un potere transnazionale che sovrasta i diritti delle persone, dei popoli, delle nazioni. Noi non ne riconosciamo la legittimità ed esigiamo la fine della loro interferenza nelle politiche nazionali. Ci battiamo invece per 1'istituzione di organismi internazionali democratici, la cui legittimità risieda non solo sui governi, ma anche sulla partecipazione attiva della società.

* Riteniamo illegittimo il debito pubblico internazionale dei paesi del Sud, che, funzionando da strumento di dominio, priva i popoli dei loro diritti fondamentali, alimentando l'usura internazionale. Ne esigiamo 1'annullamento incondizionato e la riparazione dei debiti storici, sociali ed ecologici maturati dai paesi ricchi verso quelli poveri.

*    Avversiamo la speculazione finanziaria e la strapotere dei mercati finanziari. Per questo chiediamo la soppressione dei paradisi fiscali, la tassazione delle transazioni finanziarie e 1'assoggettamento delle multinazionali alle leggi dei singoli stati. L'istituzione della Tobin tax rappresenterebbe un utile passo avanti in questa direzione.

*    Ci opponiamo a ogni forma di privatizzazione delle risorse naturali e dei beni pubblici, in quarto costituiscono una forma di asservimento al potere delle società transnazionali. L'energia, 1’acqua, i trasporti, l'istruzione, la comunicazione, la salute, la cultura, sono beni inalienabili che non possono essere ridotti a merce. Crediamo in uno spazio pubblico completamente rinnovato in cui, tramite il metodo della democrazia diretta e partecipativa, siano i diretti interessati a decidere sulle grandi questioni.

*    Riconosciamo ai lavoratori e alle lavoratrici gli stessi diritti sindacali, civili e politici in qualsiasi parte del pianeta e a prescindere dal colore della pelle. Mentre i beni e i capitali possono valicare senza limiti qualsiasi frontiera, le persone sano costrette a controlli umilianti, condizioni inaccettabili, repressione e schiavitù. Ci battiamo per migliorare le condizioni di vita e di lavoro, contro lo sfruttamento del lavoro minorile, per la libera circolazione delle persone, contro qualsiasi limitazione ai diritti dei migranti, per un salario dignitoso in qualsiasi parte del mondo. L'opposizione alla legge Bossi-Fini rappresenta un tassello di questo impegno.

* La disoccupazione si accompagna spesso ad un'impennata degli utili aziendali e delle quotazioni di borsa. Chiediamo invece che si impedisca per legge il ricorso al licenziamento o a forme di sussidio pubblico in presenza di utili aziendali ed esigiamo, anche qui nel cuore dell'occidente ricco, il pieno rispetto delle garanzie fondamentali dei lavoratori, contro qualsiasi ipotesi normativa - dalla Carta dei "diritti" europei al libro "nero” del Ministro


Maroni - che tenda a limitarli. Allo stesso tempo ci battiamo per 1'istituzione di misure, come il reddito sociale, per combattere la precarietà dilagante che l'attuale sistema economico genera in tutto il mondo, compresi i paesi occidentali, determinando 1'aumento dell'insicurezza sociale, soprattutto per le giovani generazioni.

*    Ci battiamo per un consumo responsabile, equo e solidale, che favorisca la produzione rispettosa dell'ambiente e dei diritti delle persone. Ci impegniamo, quindi, nel boicottaggio di quelle imprese che non garantiscono il rispetto dei diritti sindacali e civili dei lavoratori, il rispetto dell'ambiente e delle differenti culture.

* La terra e un bene prezioso e inaleniabile. Il suo sfruttamento in nome del profitto, provocando la concentrazione della produzione in poche multinazionali e asservendo intere produzioni nazionali al dominio oligarchico del mercato mondiale, costituisce un "crimine contro 1'umanita". Chiediamo una riforma democratica della terra, avversiamo le politiche agricole europee: le sementi e il materiale genetico sono di proprietà dell'umanità. Esigiamo l'abolizione dei prodotto transgenici e della concessione dei brevetti. Il rispetto dell'ambiente e della salute costituiscono un imperativo di qualsiasi scelta politica ed economica.

* La globalizzazione liberista produce miseria, odio, morte. Per imporsi a popolazioni intere ha bisogno della spada costituita dalla corsa agli armamenti, dall'aumento delle spese militari, dal rafforzamento e dal rinnovamento delle alleanze militari, dal potenziamento degli apparati polizieschi. Noi chiediamo lo scioglimento di queste strutture e di questi apparati perché rifiutiamo totalmente la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti ed esigiamo la fine della repressione e della criminalizzazione della protesta sociale.

*    Il modello sociale europeo, frutto delle conquiste di decenni di lotte sociali e civili, rischia sempre più di essere trasformato ed asservito agli interessi economici dominanti. Noi crediamo in un’Europa solidale, sociale, multiculturale, pacifica e ambientale. Anche per far vivere questa ambizione ci impegniamo nella preparazione di un Forum sociale europeo, nello spirito di Porto Alegre.

Veniamo da storie diverse e da percorsi differenti. Ma crediamo fortemente nella modalità reticolare che abbiamo conferito al nostra lavoro comune. La nostra unità ha arricchito le nostre differenze; le nostre differenze sono la garanzia dell'efficacia della nostra unità. Crediamo in questo principio e lo proponiamo a tutti quelli e quelle che in questi mesi si sono uniti al nostro percorso, convinti e convinte di poter compiere ancora molta strada assieme. La costruzione di un mondo diverso è esercizio faticoso e paziente.

Noi abbiamo appena cominciato.

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