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Storia della banca mondiale e del
fondo monetario
Appello ai partecipanti al vertice FAO
Patto di lavoro dei fori sociali
Pagina aggiornata dalla
WebMistress il
18/1/2002

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Appello ai partecipanti al vertice FAO
Non perdere la memoria.
Non perdere il futuro. Sovranità alimentare per i Popoli e le genti!
Noi che non potremo venire a Roma, al Vertice FAO, vi salutiamo!
Noi, contadini, braccianti, Popoli Indigeni, che siamo stati strappati
dai campi, perseguitati ed oggi siamo imprigionati, vogliamo esservi vicini
perché voi sostenete le nostre ragioni. Siamo prigionieri dentro celle
senza futuro nelle Filippine o in Bolivia, sepolti da cumuli di menzogne nelle
prigioni del Brasile o in Indonesia, costretti a nasconderci come malfattori
solo per aver dato voce alle speranze di quanti vogliono una terra per vivere
e mangiare secondo il loro appetito in India o in Africa. Abbiamo subito
arresti e processi solo per aver difeso il diritto di tutti noi a vivere
una vita degna producendo un cibo giusto e sufficiente per quanti vivono
su questa terra, fuori dal controllo e lo sfruttamento da parte di un pugno
di imprese e di potenti che pretendono di imporre le loro regole al Pianeta
intero.
Noi stiamo combattendo
· Per la sovranità alimentare
· Per un'agricoltura diversificata, sostenibile e fondata sul lavoro
· Per un cibo sano e di qualità
· Per una moratoria nell'uso degli Organismi Geneticamente Modificati
(OGM)
· Per una giusta ed equa remunerazione del nostro lavoro
· Per una rapida riattivazione di programmi di riforma agraria giusti
e radicali
· Per una OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) fuori dal
cibo e dall'agricoltura
Vogliamo sostenere con forza i nostri mille giorni di resistenza, le mille
e mille voci che si levano, da ogni sospiro diverso della Terra, a dare
cuore e gambe alle nostre speranze. Per questo noi chiediamo ai Movimenti,
alle ONG alle altre Organizzazioni della Società Civile di attraversare,
per noi, la città di Roma, il 8 di giugno, sostenendo le nostre ragioni
e portando alto il nostro grido Tierra y dignitad! Terra e dignità!
Perché il mondo lo senta e allora noi non saremo più soli
dentro le nostre prigioni.
I FIRMATARI DELL'APPELLO:
Filippine: Manolito Matricio (ex membro del consiglio nazionale
di KMP), Ruben Balaguer, Gelito Bautista, Eduardo Hermoso, Mario Tobias
and Joshua Ungsod. Brasile: Daniel da Costa Albuquerque, Jose Carlos Pio
e Miguel Serpa da Luz (tre membri di MST dello Stato di San Paolo).
Indonesia: Rais bin Amsar, Yusup bin Marsa, Asgari bin Arwa,
Sarhadi bin Wari, Samsyuri bin Usma, Usri bin Karsi, Jamali, Warta bin Alias,
Ahmad Nurjali (tutti membri della Banten Peasant Union, un'organizzazione
che fa parte dell'FSPI). Sono tutti imprigionati nel vllaggio di Cibaliung,
Cibaliung sub-district, Pandeglang Regency, Banten Province.
Bangladesh: Laskar Mohammad Khalilur Rahman e Dactar Md. Kabir
(Bangladesh Krishok Federation) devono essere processati e sono minacciati
di essere incarcerati. Rahima Begum e Sipra Rani, due donne leader del Bangladesh
Kishani Sabha, sono costantemente molestate dalla polizia.
Francia: José Bové, René Riesel, Bernard
Moser, Christian Brousse (tutti della Confédération Paysanne).
Bolivia: Silvia Lazarte (leader nazionale dell'organizzazione
Bartolina Sisa), Margarita Terán, Seider Emilio V.CH, Eugenio Abendano
H., Lidio Julián Gomez, Ambrocio Amador.
Stati Uniti: Leonard Peltier, attivista di First Nations,
è stato imprigionato per più di 26 anni per l'omicidio di
un agente dell'Fbi, anche se il governo ha ammesso di non sapere chi sia
realmente il colpevole. E' accusato di omicidio e a una recente udienza per
ottenere la libertà condizionale gli è stato detto che morirà
in prigione. A 57 anni e in pessime condizioni di salute, merita la libertà.
Undici maggio 2002
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BANCA MONDIALE E FONDO MONETARIO DALLE ORIGINI AD
OGGI
di Eric Toussaint
Il testo percorre l’itinerario della BM e del FMI dalla loro origine
ai giorni nostri, analizza gli obiettivi strategici che hanno presieduto le
loro scelte, il loro modo di funzionare, ne dimostra la responsabilità
nello scoppio della crisi del debito della “periferia”, mostra
i meccanismi dei piani di aggiustamento strutturale nonché le loro
ripercussioni socio-economiche.
[Si tratta dei Capp. IX-XII del libro di E. Toussaint,
Banque mondiale/FMI.
Plus d’un demi siécle suffit. Dello stesso autore:
La
Bourse ou la vie. La finance contre les peuples.]
Bretton Woods: nascita del FMI e della BM
Il 30 giugno 1944, di sera, due treni lasciavano Washington e Atlantic City,
pieni di signori ben vestiti (c’erano poche donne), “eleganti
e per bene”. Parlavano in cosi’ tante lingue europee che i giornalisti
locali ribattezzarono il corteo “la Torre di Babele su rotaia”.
Avevano come destinazione Bretton Woods, situata sulle pittoresche montagne
del New Hampshire, per assistere alla Conferenza monetaria e finanziaria dell’ONU.
Questo incontro di 44 paesi era stato organizzato dal presidente Franklin
Delano Roosevelt, allo scopo di fissare le regole del nuovo ordine mondiale
internazionale del dopoguerra. La seduta inaugurale della Conferenza si svolse
nell’ampia sala da ballo dell’Hotel Washington, in grado di contenere
agevolmente le centinaia di delegati presenti.
Henry Morgenthau, segretario al Tesoro degli Stati Uniti e presidente della
Conferenza, lesse un messaggio di benvenuto di Roosevelt. Il discorso di apertura
di Morgenthau diede il tono alla riunione, incarnandone di fatto lo spirito.
Esso prospettava “la creazione di un’economia mondiale dinamica,
in cui i popoli di ogni nazione potessero realizzare in pace le loro potenzialita’
e godersi sempre piu’ i frutti del progresso naturale, in una Terra
benedetta da infinite risorse naturali”. Poneva l’accento sull’“elementare
assioma economico che la prosperita’ non ha un confine fisso. Non è
una sostanza finita che possa ridursi dividendola”. E concludeva: “La
possibilita’ che ci si offre è stata ottenuta con il sangue.
Rendiamole onore dimostrando la nostra fiducia in un avvenire comune”.
I settecento delegati si erano levati in piedi, mentre l’orchestra
suonava Star Spangled Banner (“Bandiera stellata”).
Questo discorso unanimemente condiviso nascondeva le aspre discussioni che
si svolgevano da mesi tra i capi delle delegazioni britannica (Lord J. M.
Keynes in primo luogo) e americana (H. Morgenthau). Gli Stati Uniti volevano
garantire definitivamente la propria supremazia sul mondo rispetto ai britannici.
La polemica fra Americani e Britannici era stata lanciata fin da prima dell’entrata
in guerra degli Stati Uniti. W. Churchill aveva dichiarato al presidente Roosevelt:
“Penso che lei voglia abolire l’impero Britannico [...] Tutto
cio’ che dice lo conferma. Nonostante questo, sappiamo che lei e’
l’unica nostra speranza. E lei sa che lo sappiamo. Senza l’America,
l’Impero Britannico non potrebbe reggere”. Gli Stati Uniti realizzarono
il loro obiettivo e le posizioni difese da J. M. Keynes a Bretton Woods furono
messe ai margini da Morgenthau, benche’ ufficialmente elogiate.
La redazione degli statuti del Fondo monetario internazionale ha impegnato
pressoche’ esclusivamente le prime settimane di riunione, anche se i
dispositivi erano in discussione da mesi. Il principale obiettivo degli Stati
Uniti si concentrava sulla creazione di un sistema che garantisse la stabilita’
finanziaria del dopoguerra: mai piu’ svalutazioni concorrenziali, ridimensionamenti
degli scambi, quote di importazione e ogni altro meccanismo che potesse soffocare
il commercio. Gli Stati Uniti volevano il libero scambio senza discriminazioni
verso i loro prodotti - una richiesta inaggirabile, nel senso che essi erano
allora il solo paese del Nord che disponesse di derrate in eccedenza. Ricercavano
poi un clima propizio ai propri investimenti nelle economie degli altri paesi
e, per finire, il libero accesso alle materie prime, accesso in precedenza
bloccato dagli imperi coloniali europei.
La Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (la cosiddetta
Banca Mondiale) era una istituzione senza precedenti, la cui struttura di
fondo, cosi’ come la si era elaborata negli articoli della Convenzione,
e’ rimasta immutata.
Gli scopi principali della Banca erano quelli di “prestare assistenza
alla ricostruzione e allo sviluppo dei territori delle nazioni-membro facilitando
l’investimento di capitale a scopo produttivo” e di “promuovere
una crescita equilibrata del commercio internazionale a lunga scadenza [...]”
(art. 1).
Forme di governo della Banca Mondiale (e del FMI)
In linea di principio, la massima istanza della Banca e’ l’Ufficio
dei Governatori, un Governatore in rappresentanza di ogni singolo paese. I
Governatori della Banca (e del FMI) sono normalmente i ministri delle Finanze
o i presidenti delle Banche centrali delle rispettive nazioni.
In teoria, i governi scelgono il presidente della Banca ma, in pratica,
il presidente e’ sempre stato un cittadino statunitense e viene scelto
del governo USA, di solito tramite il ministro delle Finanze (Treasure Department),
mentre il capo del FMI e’ tradizionalmente un europeo. Le riunioni annuali
tra la BM e il FMI costituiscono l’occasione in cui si incontrano tutti
i Governatori di entrambe le istituzioni. Quanto al funzionamento quotidiano
delle due istituzioni, la maggior parte dei poteri dei Governatori vengono
delegati all’Ufficio dei Direttori esecutivi. Originariamente vi erano
dodici Direttori esecutivi della BM, in rappresentanza dei 44 paesi-membri
fondatori.
La Carta costitutiva della BM prevede che i suoi 5 maggiori azionisti nominino
ciascuno il proprio Direttore esecutivo; ognuno degli altri Direttori rappresenta
più paesi e viene eletto da questi. Poiche’ la BM ha acquisito
nuovi membri (180 in totale, nel 1997), il numero dei Direttori esecutivi
e’ salito a 24. Il loro potere di voto e’ grosso modo proporzionale
all’ammontare del denaro che i paesi membri da essi rappresentati versano
alla Banca.
Il voto Usa, in partenza, equivaleva al 36%, ma ora e’ sceso al 17,5%.
Nel 1997, i dieci paesi industrializzati piu’ ricchi controllavano il
52% dei voti. Viceversa, 45 paesi africani dispongono complessivamente del
4% dei voti.
I Direttori esecutivi risiedono a Washington, si incontrano spesso (almeno
una volta a settimana) e devono approvare ogni prestito e ogni principale
atto politico della Banca. Le decisioni correnti dell’Ufficio esecutivo
richiedono la maggioranza semplice dei voti, ma ogni intervento di modifica
degli articoli della Carta costitutiva richiedono l’approvazione da
parte di perlomeno i tre quinti dei membri e dell’85% del totale delle
operazioni di voto (il che significa che gli USA, con il 17,5% dei voti, hanno
diritto di veto su ogni modifica statutaria).
Origine della Banca Mondiale: Piano Marshall contro BM
Destinata da Keynes per l’aspetto “Ricostruzione” ad essere
l’istituzione in grado di prestare capitale ai paesi “devastati
dalla guerra per consentire loro di rilanciare le rispettive economie e di
sostituire i mezzi di produzione perduti o distrutti”, ci si aspettava
che le attività della Banca, agli inizi, si concentrassero sulla ricostruzione
europea e che la sua funzione principale fosse quella di garantire gli investimenti
privati. Si pensava che i prestiti diretti costituissero, quanto meno, un’attivita’
secondaria.
Ma la Banca, per volonta’ degli USA, non ha di fatto partecipato in
pratica alla ricostruzione dell’Europa del dopoguerra. A svolgere questo
ruolo e’ stato il Piano Marshall, organizzato dai soli Stati Uniti.
La Banca si e’ limitata a destinare quattro prestiti alla ricostruzione
per un totale di 497 milioni di dollari, laddove il Piano Marshall ne aveva
trasferiti 41,3 miliardi.
Come agenzia per la ricostruzione, dunque, la Banca ha fallito. L’Europa
dilaniata dalla guerra non aveva bisogno di prestiti legati a interessi specifici
che richiedevano una prolungata preparazione, ma della concessione rapida
di finanziamenti e prestiti erogati a interesse bassissimo o nullo, da utilizzare
a sostegno della bilancia dei pagamenti nonché per importazioni di
prodotti di base di cui c’era una disperata esigenza.
BM e sviluppo
L’obiettivo ultimo della Banca era presentato negli stessi statuti
come “lo sviluppo della risorse produttive degli Stati membri, contribuendo
in questo modo a migliorare, nei rispettivi territori, la produttività,
il tenore di vita e la condizione dei lavoratori”.
Dopo il fallimento della fase della “ricostruzione”, la Banca
pone l’accento, nei successivi decenni, sul secondo elemento della sua
stessa denominazione, lo “sviluppo”. Ma, essendo completamente
sotto controllo delle principali potenze capitaliste, la sua concezione dello
sviluppo non ha mai avuto niente a che vedere con progetti che coniugassero
emancipazione dei popoli del Terzo Mondo e sviluppo sociale equamente distribuito.
I dieci paesi capitalisti piu’ industrializzati hanno sempre detenuto
insieme oltre il 50% delle quote della BM, con il conseguente diritto di voto
nella stessa percentuale, nel caso in cui si fosse dovuto votare un indirizzo.
Caso estremamente raro, per non dire inesistente, dal momento che le principali
potenze capitalistiche hanno sempre preferito il compromesso.
Per finanziare lo sviluppo la BM effettua prestiti agli Stati, in forme
che sono evolute con l’andare del tempo, con un elemento che tuttavia
e’ rimasto immutato: la Banca non rinuncia mai a farsi rimborsare un
prestito.
Aspetto politico e geopolitico
Dopo il 1955, su gran parte del pianeta aleggia lo spirito di Bandung, dopo
la sconfitta francese in Vietnam (1954) e prima della nazionalizzazione del
Canale di Suez ad opera di Nasser. Seguono poi la rivoluzione cubana (1959)
e quella algerina, la ripresa della lotta di liberazione in Vietnam... In
una parte crescente del Terzo mondo si nota la tendenza alla sostituzione
delle importazioni, allo sviluppo di mercati interni, fenomeni entrambi che
comportano una riduzione del grado di dipendenza nei confronti dei paesi capitalistici
piu’ industrializzati. Si tratta dell’ondata dei regimi nazionalisti
borghesi che portano avanti politiche populiste (Nasser, Nehru, Peron, Goulart...)
e dei regimi rivoluzionari (Cuba, Cina popolare).
I progetti della BM hanno un forte contenuto politico: arginare lo sviluppo
di movimenti antimperialisti, ispirandosi alle esperienze della Corea del
Sud e di Taiwan. Ma, all’epoca, i mezzi finanziari di cui disponeva
la BM erano relativamente deboli. Il suo potere finanziario si rafforzerà
in seguito, sotto la presidenza di Robert McNamara (1968-1981).
BM e “rivoluzione verde”
In materia di sviluppo, la BM interviene con forti connotazioni produttivistiche:
la “rivoluzione verde” degli anni Sessanta, che ufficialmente
puntava ad accrescere la produzione agricola dei paesi del Sud per soddisfare
le esigenze alimentari delle popolazioni locali, avra’ conseguenze disastrose
sull’ambiente e accrescera’ progressivamente la dipendenza dei
paesi che la applicavano dalle multinazionali agroindustriali.
La violenza della rivoluzione verde
Alcuni governi nazionali e alcune istituzioni della comunità internazionale
hanno dato vita a centri nelle Filippine (per l’Asia) e in Messico (per
l’America latina) il cui obiettivo era quello di ricercare e selezionare
varietà di cereali ad alto rendimento, che dovevano consentire di garantire
le esigenze alimentari delle rispettive popolazioni, con il pretesto che,
dato lo sviluppo demografico, le culture tradizionali non erano in grado di
rispondere alla domanda. Di qui la rivoluzione verde.
Questa “rivoluzione” non e’ stata opera della popolazione
ma le e’ state imposta. In India, l’occasione e’ state data
dalla siccita’, nel 1965. I grafici della produzione agricola indiana
indicavano un incremento continuo della produzione alimentare, tranne nel
1965, anno in cui una lieve diminuzione stava ad indicare appunto questa siccita’
L’India richiese un limitato aiuto alimentare agli USA, ma la cosa
fu sfruttata per imporre un complesso di tecnologie non durevoli in senso
ecologico. In effetti, dagli inizi degli anni Sessanta i capitalisti erano
pronti a promuovere un’agricoltura d’esportazione “chimica”
ed intensiva. La BM pretese di avere realizzato una produzione di coltivazioni
alimentari sufficiente ad assicurare l’autossussistenza del paese. E’
interessante ricordare al riguardo che la grande carestia del Bengala del
1943 (tra i 2 e i 3 milioni di morti) si e’ dovuta non a una carenza
di cibo ma all’aumento dei prezzi delle derrate alimentari causato dall’inflazione,
a sua volta dovuta allo sforzo bellico e alla speculazione sulle riserve
di magazzino.
Vandana Shiva denuncia con chiarezza la rivoluzione verde come il processo
che ha sconvolto l’equilibrio secolare del paese. Secondo lei, e’
falso affermare che le strutture tradizionali fossero e siano tuttora incapaci
di risolvere il problema della richiesta alimentare. Sostiene argomentatamente
che il vero problema presente nei paesi del Terzo mondo e’ quello della
suddivisione della terra e della redistribuzione della ricchezza. La rivoluzione
verde rappresenta, di fatto, lo strumento usato dalle multinazionali agro-chimiche
per risolvere a proprio vantaggio tale questione, grazie alla scienza e alla
tecnica, ma soprattutto senza intaccare minimamente la struttura sociale della
terra, e cioè senza realizzare la riforma agraria. Vandana Shiva spiega
che con lo sviluppo della rivoluzione verde le strutture comunitarie tradizionali
sono diventate dipendenti da una tecnologia che non controllano e che non
hanno prodotto. Viceversa, questa sedicente rivoluzione verde ha spianato
la strada alla strategia delle multinazionali.
Le sementi che le industrie agroalimentari dei paesi del Nord e soprattutto
gli Stati Uniti hanno imposto a paesi come l’India, pur avendo a breve
termine dato risultati notevoli quanto a rendimento, alla lunga si sono rivelate
disastrose a vari livelli. In primo luogo, richiedono l’acquisto sempre
più ingente di concimi chimici, pesticidi, erbicidi, ecc., perché
ad esempio le qualità di riso imposte sono geneticamente programmate
perché degenerino dopo una sola generazione. Inoltre, se se ne calcola
il costo, non hanno prestazioni migliori di quelle fornite ricorrendo all’aiuto
di sementi selezionate e migliorate nei modi tradizionali, tutt’altro.
In compenso, è evidente la dipendenza che si instaura (dalla meccanizzazione,
dai fertilizzanti, tutte cose che forniscono le industrie del Nord).
La rivoluzione verde ha inoltre prodotto altre nefaste conseguenze, essendosi
realizzata ai danni dei beni comuni (pascoli, boschi, ecc.). Ha indotto un
fortissimo impoverimento della biodiversita’, un aumento delle malattie
delle piante (quelle tradizionali erano più resistenti), un depauperamento
del suolo (le coltivazioni intensive hanno esaurito certi microrganismi presenti
nei terreni). Essa richiede inoltre una molto maggiore irrigazione rispetto
alle coltivazioni tradizionali (in zone in cui c’e’ il rischio
della siccita’), e l’impiego massiccio di concimi chimici ha provocato
la salinizzazione d’immensi territori. Si è quindi irreparabilmente
infranto l’equilibrio ecologico, come conseguenza dell’intensificarsi
di tali monocolture. Prima della rivoluzione verde, la Fondazione Ford sosteneva
che nel Punjab le terre erano sottoutilizzate. In realtà, i contadini
le sfruttavano in maniera equilibrata, evitando l’esaurimento del suolo.
Dopo il disastro della rivoluzione verde, la Fondazione Ford e la BM hanno
scoperto le virtu’ dei fertilizzanti organici... ma ormai era un po’
tardi.
Vandana Shiva ha denunciato in varie sue opere la violenza della rivoluzione
verde, collocando questo episodio nel contesto storico che dimostra il contenuto
reale di tali misure: la spoliazione, lo sfruttamento dei contadini in favore
del commercio e dell’industria dei paesi del Centro. Nel XVIII secolo
l’agricoltura indiana era fiorente. Fino al 1750, su 1.000 unita’
prodotte, al coltivatore ne restavano 700. Sulle restanti solo 50 uscivano
dal villaggio e le altre 250 vi restavano per il funzionamento della comunità.
Nel XIX secolo, dopo cinquant’anni di colonizzazione inglese, le proporzioni
si erano completamente rovesciate: su 1.000 unita’, il contadino doveva
cederne 600, 590 delle quali andavano direttamente all’autorita’
centrale, l’Inghilterra. Malgrado il versamento delle tasse, malgrado
i balzelli su ogni prodotto, all’epoca si lasciava ancora il 40% del
raccolto al contadino, perche’ potesse continuare a produrre l’anno
successivo. La rivoluzione verde e’ andata invece piu’ in la’.
Il suo vero obiettivo consisteva nel contenere il contagio della rivoluzione
cinese. Essa ha introdotto l’indebitamento e percio’ la dipendenza
dei contadini. Per produrre 1.000 unita’, i contadini sono costretti
a indebitarsi al livello di 3.000 unita’. Devono indebitarsi per l’acquisto
delle sementi (ogni anno), dei concimi, pesticidi, erbicidi, per l’acquisto
dei trattori (che spesso bisogna abbandonare per la mancanza di pezzi di ricambio),
ecc. Solo raramente la produzione consente loro di rimborsare il prestito,
per cui dopo un paio di stagioni rivendono la terra alle banche, ai grandi
proprietari terrieri, andando ad ingrossare le fila delle popolazioni delle
bidonvilles urbane.
Malgrado tali denunce, accompagnate da manifestazioni di centinaia di migliaia
di contadini, è quanto mai deplorevole che la Relazione sullo Sviluppo
umano del 1997 della BM continui a compiacersi dei “progressi”
della rivoluzione verde: “La prima rivoluzione verde ha aiutato milioni
di piccoli coltivatori agricoli e di consumatori urbani a venire fuori dalla
poverta’, grazie a miglioramenti tecnologici nella coltivazione del
grano, del mais e del riso in zone a forte potenziale agricolo”. Eppure
tre anni prima, spiegando la carestia del 1943, la Relazione insisteva sul
fatto che “senza dubbio la natura puo’ essere all’origine
delle locali penurie, ma sono sempre gli esseri umani a trasformare le penurie
in carestie di grandi proporzioni. La carestia non dipende dalla mancanza
di cibo ma dalla mancanza dei mezzi per procurarselo”.
Ora la Relazione caldeggia una seconda rivoluzione verde, questa volta a
vantaggio degli agricoltori poveri che vivono in zone molto ricche! Lo stesso
argomento con cui la BM aveva promosso la prima...
Potere di intervento nelle economie nazionali
La carenza di mezzi nella fase precedente la presidenza di McNamara non
ha impedito alla BM di costruire una rete di influenza che le sarebbe tornata
molto utile in seguito. La Banca ha cercato di creare, nel Terzo mondo, una
richiesta di propri servizi. L’influenza che ha ora dipende in larga
misura dalle reti di patrocinio sperimentate negli Stati divenuti suoi clienti
e, con cio’ stesso, debitori. La BM ha esercitato una vera e propria
politica di influenza per sostenere le sue reti di prestiti.
A partire dagli anni Cinquanta, uno dei principali scopi della BM e’
stato la “costruzione di istituzioni” che il piu’ delle
volte assumeva la forma della creazione di agenzie autonome, in seno ai governi
che sarebbero diventati debitori perpetui della BM. Tali agenzie sono state
istituite volutamente in modo che fossero relativamente indipendenti dai rispettivi
governi dal punto di vista finanziario e al di fuori del controllo delle
locali istituzioni politiche. Esse costituiscono degli emissari naturali della
Banca alla quale debbono tutto, a partire dal proprio finanziamento.
La creazioni di tali rete di patrocinio ha costituito una delle principali
strategie della BM per inserirsi nelle economie politiche dei paesi del Terzo
mondo.
Operando secondo le proprie specifiche regole (spesso elaborate in risposta
a precisi suggerimenti della BM), piene di tecnocrati simpatizzanti promossi
ed elogiati dalla Banca stessa, le agenzie sono servite a creare una fonte
stabile e degna di fiducia per quel che serviva alla BM: proposte di prestiti
“plausibili”. Hanno inoltre fornito alla BM basi parallele di
potere attraverso cui essa e’ riuscita a trasformare le economie nazionali,
di fatto intere societa’, senza la “noiosa” procedura del
controllo democratico e di pubbliche discussioni.
Le conseguenze di tale politica sono inquietanti: l’analisi dell’International
Legal Center (ILC) di New York dell’operato della BM in Colombia tra
il 1949 e il 1972 conclude che le agenzie autonome istituite dalla BM hanno
esercitato un impatto profondo sulla struttura politica e sullo sviluppo sociale
dell’intera regione, indebolendo “il sistema dei partiti politici
e ridimensionando i ruoli del potere legislativo e giudiziario”.
Va tenuto conto che, a partire dagli anni Sessanta, la BM ha instaurato
meccanismi unici e nuovi in vista di un continuo intervento negli affari
interni dei paesi indebitati. Eppure, la BM nega energicamente che si tratti
di interventi politici: al contrario, insiste sul fatto che la sua politica
non ha niente a che vedere con le strutture del potere, che le faccende politiche
ed economiche si svolgono su piani separati.
Sostegno della BM a regimi dittatoriali
L’art. 4 sez. X recita: “La Banca e i suoi responsabili non
interferiscono negli affari politici di un qualunque membro ed è vietato
loro di lasciarsi influenzare nelle decisioni dalla natura politica del membro
o dei membri interessati. Soltanto considerazioni economiche possono influire
sulle decisioni e queste verranno valutate senza partito preso, onde raggiungere
gli obiettivi (fissati dalla Banca) enunciati all’art. 1”.
Il divieto di tenere conto nelle operazioni della Banca delle considerazioni
“politiche” e “non economiche”, una delle principali
condizioni della Carta costitutiva, e’ stato sistematicamente aggirato.
La Banca ha addirittura utilizzato gli articoli della convenzione che le vietavano
di interferire negli affari politici degli Stati membri per respingere le
critiche secondo le quali essa operava politicamente. Di fatto, quest’uso
degli Statuti sovente altro non e’ stato se non una copertura per sostenere
regimi dittatoriali.
In effetti, l’art. 4 non ha impedito alla BM di rifiutare prestiti
al Brasile e al Cile quando i loro governi non erano di suo gusto. Ad esempio,
agli inizi degli anni Sessanta, la BM ha rifiutato prestiti al governo brasiliano
di Goulart democraticamente eletto, ma dopo il colpo militare del 1964 (che
diede vita a una dittatura militare che sarebbe durata venti anni) i prestiti
passarono da zero a una media di 73 milioni di dollari l’anno per il
resto del decennio, raggiungendo il livello di quasi mezzo miliardo di dollari
annui nella meta’ degli anni Settanta.
Sotto il governo democratico di Allende (1970-1973) il Cile non ha ricevuto
prestiti dalla BM, ma sotto quello di Pinochet, dopo il golpe del 1973, il
paese e’ diventato immediatamente affidabile.
La propensione della BM a sostenere regimi antidemocratici, che torturavano
e assassinavano i connazionali, e’ diventato uno dei suoi tratti distintivi
al termine degli anni Sessanta e durante gli anni Settanta, sotto la presidenza
McNamara. Nel 1965, ad esempio, la BM ha apertamente sfidato una risoluzione
dell’Assemblea generale dell’ONU che faceva appello a tutte le
agenzie affiliate - inclusa la Banca - a interrompere il sostegno finanziario
al regime di apartheid sudafricano. Ma la BM argomento’ che l’art.
4 del suo statuto la obbligava ufficialmente a non seguire le risoluzioni
dell’ONU. Neppure un intervento personale del Segretario generale delle
Nazioni unite, U Thant, sul presidente di allora della BM, Georges Wood, sorti’
il minimo risultato.
Sempre per insistenza di McNamara, la BM ha avviato la concessione di prestiti
al regime dittatoriale che infieriva in Indonesia, dopo il massacro di circa
mezzo milione di comunisti perpetrato nel 1965.
Una volta andatosene McNamara, si e’ continuato a seguirne la stessa
politica, calcata su quella degli Stati Uniti. La Relazione sullo Sviluppo
umano, di un’altra delle istituzioni dell’ONU (PNUD) enuncia del
resto alcune delle sue poche verità per quanto riguarda il sostegno
degli USA e della BM alle dittature: “Di fatto, l’aiuto erogato
dagli Stati Uniti negli anni Ottanta e’ inversamente proporzionale al
rispetto dei diritti umani. I donatori multilaterali [BM e FMI] non sembrano
mostrare il minimo imbarazzo di fronte a considerazioni del genere. Sembra
infatti preferiscano i regimi autoritari, ritenendo senza battere ciglio che
essi favoriscano la stabilita’ politica e siano meglio in grado di
gestire l’economia. Quando il Bangladesh e le Filippine hanno abolito
la legge marziale la loro partecipazione ai prestiti della BM e’ diminuita”
(PNUD, 1994, p. 81).
Ascesa della BM durante la presidenza di McNamara
“L’unica limitazione delle attivita’ della BM sara’
data dalla capacita’ dei paesi membri di utilizzare la nostra assistenza
in modo efficace e di rimborsare i nostri prestiti nei termini e alle condizioni
che decideremo” (Robert McNamara, 1968).
“La Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo e’
un organismo che realizza investimenti che hanno come obiettivo lo sviluppo;
non e’ un istituto filantropico ne’ di assistenza sociale”
(McNamara, 1973).
L’attivita’ della BM si sviluppa nel corso degli anni Sessanta
e soprattutto di quelli Settanta. Dal 1968 al 1981, sotto la guida di McNamara
(ex Segretario alla Difesa degli Usa durante la guerra del Vietnam) la BM
si lancia in prestiti frenetici. McNamara faceva chiaramente intendere che
la carriera di un incaricato dei prestiti era direttamente legata allo spessore
del suo portafoglio di progetti. Piu’ consistente era il progetto, maggiori
erano le sue possibilita’ di ricevere un finanziamento dalla BM. L’approccio
quantitativo e la pressione esercitata sui collaboratori della BM affinche’
concepissero e vendessero progetti costosi ai governi clienti hanno spinto
questi ultimi a indebitarsi in maniera eccessiva.
Nel primo ventennio di esistenza la BM aveva prestato soltanto 10,7 miliardi
di dollari in totale. Nel primo quinquennio di McNamara, dal 1968 al 1973,
i prestiti sono aumentati in maniera quasi esponenziale: la BM ha intrapreso
progetti per un ammontare di 13,4 miliardi di dollari (George e Sabelli, 1994,
p. 52; McNamara, 1973, pp. 22-26, e passim).
McNamara nutriva una fiducia quasi ossessiva nella quantificazione e in
metodi di governo universalmente validi e in grado di risolvere qualsiasi
problema: “Dirigere un qualsiasi settore organizzativo e’ la
stessa cosa, si tratti della Ford Motor Company, della Chiesa cattolica o
del ministero della Difesa”, osservava agli inizi degli anni Sessanta.
“Una volta arrivati a una certa scala, tutti i problemi si somigliano”.
“Il management” dichiarava nel 1967, “e’ la chiave
con cui si diffonde nella societa’ il cambiamento sociale, economico
e politico, di fatto il cambiamento in ogni direzione”. McNamara si
concepisce come “pianificatore dello sviluppo” (McNamara, 1973
p. 31). A suo avviso, la BM assume un ruolo “di avanguardia” (ivi,
p. 34) nell’aiuto allo sviluppo, pianificandolo. Centrale in tutto
questo e’ lo strumento che effettua la pianificazione:
- si tratta di decidere metodi piu’ efficaci di “pianificazione
della famiglia e dell’amministrazione pubblica incaricata del programma
di controllo demografico” (ivi, p. 33);
- la rivoluzione verde avviata nella meta’ degli anni Sessanta va
pianificata meglio in tutti i suoi aspetti (ivi, pp. 78 e sgg.);
- la pianificazione di grandi opere pubbliche consente di dare lavoro a
chi non ne ha e di sviluppare le infrastrutture (ivi, p. 142).
La BM doveva inoltre preparare piani giganteschi di prestiti quinquennali
ai vari paesi, illustrati nei Country Programming Papers (i dossiers di programmazione
per i vari paesi), che fissavano gli obiettivi e le priorita’ dell’insieme
dell’attivita’ di prestiti della BM a una determinata nazione,
basati sul lavoro delle “missioni economiche nei paesi” e sulle
relative Relazioni. Relazioni economiche e dossiers rientravano fra i documenti
piu’ riservati e meglio custoditi della BM, memorandum interni a parte.
In certi casi, neppure i ministri di un dato paese potevano avere accesso
a questi giganteschi progetti, cosa che nei paesi piu’ piccoli e poveri
e’ stata considerata come una sorta di messa sotto tutela internazionale
delle loro sorti economiche.
Il punto di vista di McNamara ha enormemente accentuato le tendenze gia’
presenti nella BM, tendenze che ne rafforzavano l’incremento dello specifico
potere istituzionale proprio mentre si ignorava la realtà sociale
complessa e diversa delle varie nazioni “in via di sviluppo”.
Obiettivi facilmente quantificabili venivano definiti indicatori di progresso
e realtà sociali complesse si riducevano a dati e numeri di gruppi
assunti come obiettivi, a beneficiari, a una produzione graduale, al miglioramento
della produttivita’, ai cambiamenti dei redditi e cosi’ via. Prevedibili
i risultati di queste ricette, tutte identiche, applicabili ovunque: nel
migliore dei casi, erano inefficaci e, spesso, talmente inappropriate dal
punto di vista sociale e ambientale da destinare molti dei progetti all’insuccesso.
Sviluppo e sicurezza del “mondo libero”
Sempre sotto il controllo di McNamara la BM ha cominciato a costruire il
proprio portafoglio “nuovo stile” di progetti contro la poverta’,
il cui principale obiettivo erano lo sviluppo rurale e l’agricoltura,
un settore che ha conosciuto un incremento dei prestiti della Banca: dal 18,5%
nel 1968 al 31% nel 1981, vale a dire 3,8 miliardi di dollari.
Per scongiurare il pericolo di un’espansione comunista nel Terzo mondo,
i progetti che miravano ad alleviare la poverta’ sia urbana sia rurale
(comprendendo abitualmente il risanamento dei tuguri, l’installazione
di pompe per l’acqua, l’allaccio alla rete elettrica, ecc.), e
anche quelli relativi all’istruzione e alla sanita’, divennero
per la prima volta parte significativa del portafoglio della BM. McNamara
prese a bersaglio il flagello della miseria assoluta in veste di missionario
anticomunista. Era convinto, tuttavia, che se non si fosse posto rimedio alla
crescente diseguaglianza nella distribuzione delle ricchezze in seno ai paesi
in via di sviluppo (PVS), la situazione avrebbe comportato cicliche rivolte
popolari, che avrebbero messo in pericolo i paesi capitalistici del Centro.
La fase in cui McNamara e’ alla testa della BM e’ quella dell’espandersi
delle lotte di emancipazione e rivoluzionarie (rivoluzione dei garofani in
Portogallo, 1974, che libera le ultime colonie africane; Vietnam, 1975, con
definitiva sconfitta delle truppe nordamericane, costrette ad abbandonare
in fretta e furia Saigon), con forti crisi sociali e politiche, anche nei
paesi capitalisticamente sviluppati (lotte della minoranza nera e massicce
mobilitazioni contro la guerra del Vietnam negli USA alla fine degli anni
Sessanta-inizio degli anni Settanta; movimenti studenteschi nel 1968 in Francia,
in Germania, in Messico; massicci scioperi operai in Francia nel maggio 1968
e in Italia nel 1969-1970) e nei pesi cosiddetti “socialisti”
(Primavera di Praga nel 1968). Ne sapeva qualcosa, avendo dovuto affrontare
direttamente la lotta di liberazione del popolo vietnamita a colpi di napalm!
Questo vasto movimento di emancipazione entrava in contraddizione con la
politica di “sviluppo” della BM, per cui questa aumentava i mezzi
per garantire e consolidare il collegamento dei paesi del Terzo mondo con
il mercato mondiale e, politicamente, con “il grembo” del capitalismo.
I prestiti rientreranno in una strategia mirante a “contenere”
(containment) l’espandersi del movimento di emancipazione. Nel 1968,
ancora Segretario alla Difesa, McNamara dichiarava: “La morte di Ernesto
Che Guevara in Bolivia nell’autunno del 1967 ha inferto un serio colpo
alle esperienze delle rivoluzioni castriste. Ma una sola risposta non basta
per questo problema” (McNamara, 1968, p. 29).
McNamara pronuncio’ un discorso molto chiaro in questa direzione alcuni
anni dopo, nella riunione dei Governatori della BM nel 1972: “Troppo
poco, troppo tardi, e’ l’epitaffio più ricorrente nella
storia per i regimi che sono caduti di fronte alle grida degli uomini senza
terra, senza lavoro, emarginati e sottomessi, spinti alla disperazione. Per
questo, l’applicazione di politiche destinate specificamente a ridurre
del 40% la poverta’ dei più poveri della popolazione dei paesi
in via di sviluppo e’ raccomandabile non solo per una ragione di principio,
ma anche per prudenza. La giustizia sociale non e’ solo un dovere morale,
ma anche un imperativo politico” (McNamara, 1973, pp. 139-140).
Da quel momento, McNamara e’ arrivato a proporre misure di riforme
agrarie per assegnare terre ai contadini poveri e limitare la superficie delle
grandi proprieta’ terriere. Proponeva di sostenere progetti di riforme
del sistema creditizio nei paesi in via di sviluppo (PVS) perche’ potessero
accedervi i piccoli produttori agricoli. Sosteneva lo sviluppo di lavori
pubblici orientati al miglioramento delle condizioni di vita dei piu’
poveri. Insomma, McNamara sosteneva il ruolo centrale dell’istituzione
pubblica multilaterale di cui era a capo nell’instaurare una strategia
di crescita che implicava anche il rafforzarsi dell’istituzione stessa.
Egli avanzava solo marginalmente il ruolo degli Stati dei paesi del Sud
come redistributori di ricchezza, dovendo la BM supplire all’ingratitudine
dei paesi del Sud nei confronti del Nord, della Periferia nei confronti del
Centro. L’unica complementarita’ di cui tenesse conto era quella
tra paesi del Sud e paesi del Nord, in cui i primi fossero alla fine sempre
perdenti, in quanto erano i paesi sviluppati a dettare i termini di scambio.
Tuttavia, e’ interessante notare come le dichiarazioni e le posizioni
di McNamara all’epoca fossero ben lontane da quelle assunte a partire
dall’offensiva neoliberista degli anni Ottanta. A suo modo, McNamara
rientrava nella vecchia scuola. Il che non toglie che abbia contribuito enormemente
alla preparazione dell’offensiva neoliberista. La questione dello scarto
tra la sua teoria e la pratica e’ stata risolta dai neoliberisti, che
hanno cancellato dalla teoria qualsiasi accenno alla pianificazione, al controllo
statale, allo sviluppo.
La BM e la crisi del debito del Terzo mondo
E’ sorprendente osservare come la BM non sia dotata di alcun servizio
incaricato di confrontare a posteriori le previsioni con la realta’
per valutarne la correttezza e, all’occorrenza, decidere come rettificare
il tiro per il futuro. La leggerezza di fronte all’indebitamento del
Terzo mondo e’ particolarmente rivelatrice.
Leggerezza, ma non incoscienza. Infatti, fin dagli inizi degli anni Settanta
McNamara considerava un problema l’indebitamento del Terzo mondo: “Alla
fine del 1972, il debito ammontava a 75 miliardi dollari e l’interesse
annuo superava i7 miliardi di dollari. L’interesse e’ aumentato
dal 18% del 1970 al 20% del 1971. Il saggio medio di incremento del debito
a partire dagli anni Sessanta ha rappresentato quasi il doppio del tasso di
crescita degli introiti ricavato dalle esportazioni con cui i paesi indebitati
debbono garantire l’interesse del debito. La situazione non puo’
continuare cosi’ all’infinito” (McNamara, 1973, p. 94).
Eppure, con la politica che ha seguito, la BM ha attivamente contribuito
a creare le condizioni che sono sfociate nella crisi del debito. Sarebbe sbagliato
sostenere che si tratti di una sorta di complotto deliberatamente ordito
dalla BM, che e’ uno dei responsabili ma che non ha premeditato il
crimine. Quando tuttavia questo e’ stato commesso, ne ha beneficiato
ed ha visto aumentare la propria potenza in maniera impressionante.
Il ragionamento seguito dalla BM per aumentare l’indebitamento
Fino al 1973, il ragionamento di McNamara, in sostanza, era questo: i PVS
vanno sostenuti nei loro sforzo di crescita. Ora, il sostegno pubblico allo
sviluppo concesso dai paesi sviluppati e’ assolutamente insufficiente.
Inoltre, nonostante l’impegno a ridurre le misure discriminatorie nei
confronti dei prodotti esportati dai PVS, i paesi sviluppati le mantengono
(egli ha peraltro deplorato ufficialmente a piu’ riprese l’insufficienza
degli aiuti dei paesi sviluppati e il protezionismo del Nord - McNamara, 1973,
p. 127). La BM deve intervenire in questa situazione per prestare somme sempre
piu’ rilevanti ai PVS perche’ questi raggiungano, malgrado tutti
gli ostacoli, un ritmo di crescita e di reddito sufficienti a rimborsare i
debiti contratti. La BM e’ quindi impegnata in una rincorsa alla concessione
di quanti piu’ crediti possibili, per supplire all’insufficienza
dei prestiti dei paesi sviluppati.
Questo ragionamento contrasta di tutta evidenza con le stesse affermazioni
sul pericolo di un ritmo di incremento del debito superiore a quello degli
introiti ricavati dalle esportazioni (vedi sopra).
A partire dal 1973, in seguito all’aumento del prezzo dei prodotti
petroliferi e di altre materie prime, il ragionamento seguito da McNamara
puo’ riassumersi nel modo seguente: accendendo prestiti, i PVS potevano
sviluppare le loro infrastrutture viarie, aumentare la produzione di energia
elettrica, incrementare la produzione rivolta all’esportazione. Assumendo
come postulato che i prezzi dei prodotti esportati da questi paesi sul mercato
mondiale sarebbero aumentati, o al peggio rimasti stabili, gli introiti ricavati
dalla esportazioni sarebbero percio’ aumentati, per gli accresciuti
quantitativi esportati. Questo avrebbe consentito ai PVS di fare fronte all’interesse
del debito (interessi e ammortamento del capitale), reinvestendo al tempo
stesso parte degli introiti delle esportazioni nel miglioramento dell’industria
esportatrice. Questo avrebbe dovuto avere un effetto cumulativo, che avrebbe
comportato o accelerato lo sviluppo, continuando al tempo stesso a tenere
strettamente legati i PVS all’Occidente.
Per McNamara, il dovere dei paesi debitori di rimborsare il debito costituiva
un poderoso incentivo materiale per modernizzarne l’agricoltura e l’industria
rivolta all’esportazione. Ha ripetuto questo ragionamento in tutta una
serie di discorsi e di scritti. Il circolo virtuoso “indebitamento/incremento
delle esportazioni/pagamento degli interessi del debito” avrebbe portato
allo sviluppo del Sud e alla crescita mondiale.
Ma questo ragionamento e’ stato smentito dalla realta’: i prezzi
dei prodotti esportati sono crollati drammaticamente negli anni Ottanta, mentre
i tassi di interesse conoscevano un incremento straordinario. Di qui la situazione
di strangolamento finanziario dei paesi indebitati.
McNamara lascia la presidenza della BM nel 1981, pochi mesi prima che la
crisi scoppi, rendendosi visibile a chiunque.
Erronee previsioni sull’andamento dei prezzi sul mercato mondiale
Le previsioni della BM sono altrettanto azzardate, diciamo pure sbagliate,
rispetto agli introiti delle esportazioni, che si pensava sarebbero intervenuti
alla riscossa dell’indebitamento. Le previsioni del 1981 sui prezzi
delle materie prime in Africa per il 1990 comprendono un tasso d’errore:
del 62% per i minerali/metalli; del 156% per il petrolio; del 180% per grassi
ed oli; del 103% per le bevande; del 60% per il legno lavorato; del 97% per
i prodotti agricoli non alimentari. La BM, in realta’, avrebbe potuto
prevedere perfettamente che i paesi del Sud avrebbero cercato tutti contemporaneamente
di esportare il piu’ possibile, per fare fronte agli impegni di rimborso
del debito, e che questo avrebbe comportato una diminuzione del prezzo dei
loro prodotti.
Nel 1991 la BM ricade nell’errore. Il suo Dipartimento economico internazionale
continua a elaborale previsioni ottimistiche che, nel giro di solo due anni,
si rivelano anch’esse completamente infondate. Gli andamenti reali dei
prezzi erano notevolmente inferiori; lo scarto era del 47% per il caffe’,
del 56% per il cacao, del 74% per lo zucchero, del 35% per il caucciu’,
del 52% per il piombo, ecc.
Per il decennio successivo, i responsabili delle previsioni continuavano
a sostenere che la tendenza dei prezzi delle materie prime era in rialzo e
che il PIL dei PVS sarebbe cresciuto del 5% tra il 1992 e il 2002.
La BM strumento di drenaggio delle risorse dei paesi del Sud
Dirigenti della BM hanno calcolato quanto le somme depositate presso la
BM dai paesi industrializzati procuravano come partecipazione al capitale.
I documenti ufficiali della BM tacciono al riguardo, ma nelle riviste specialistiche
destinate agli imprenditori si trova una precisa indicazione dei vantaggi
ricavati.
La sintesi del discorso che segue non ha bisogno di commenti: e’ stato
pronunciato nel 1986 da Jacques de Groote, Direttore esecutivo del Belgio
presso il FMI e la BM, al cospetto di una platea di dirigenti aziendali belgi
e pubblicato nel Bollettino della Federazione delle imprese del Belgio: “I
vantaggi ricavati dal Belgio, come da tutti i paesi membri della BM, dalla
partecipazione all’attivita’ delle istituzioni del gruppo si possono
calcolare tramite il flow back, vale a dire il rapporto tra il totale degli
esborsi effettuati dall’ISA (Associazione internazionale per lo sviluppo)
o dalla BM a favore delle aziende di un paese al momento dei contratti ottenuti
da queste, da un lato, e, dall’altro lato, i contributi di questi paesi
al capitale della Banca, nonché alle risorse dell’ISA. Il flow
back della BM verso i paesi industrializzati e’ notevole e si e’
accresciuto continuamente: e’ progredito per l’insieme dei paesi
industrializzati da 7 a 10 tra la fine del 1980 e quella del 1984. Significa
che, per un dollaro immesso nel sistema, i paesi industrializzati ne ottenevano
7 nel 1980 e 10,5 oggi” (FEB, 1986, pp. 496-497).
Rapporto Wapenhans sui fallimenti della BM...
I prestiti danno perlomeno risultati soddisfacenti? Nel febbraio 1992, Willi
Wapenhans, vicepresidente della BM, stila una relazione ufficiosa di valutazione
dei progetti finanziati dalla Banca (circa 1.300 progetti in corso in 113
paesi). Le conclusioni sono allarmanti: il 37,5% dei progetti sono ritenuti
insoddisfacenti al termine della loro realizzazione (contro il 15% del 1981),
e solo il 22% degli impegni finanziari risulta conforme alle direttive della
BM, cosa che però non le impedisce di ricavare profitti
Dalla Relazione risulta un’altra rilevazione: la contraddizione tra
l’istituzione finanziaria rappresentata dalla BM e l’agenzia di
sviluppo che si presume sia. La Banca cerca di nascondere i trasferimenti
di risorse del Sud a proprio profitto (17 miliardi di dollari nel 1992) continuando
a prestare, contribuendo così all’appesantimento del conto aperto.
La BM e’ dunque un affare redditizio. Tra il 1988 e il 1991, il surplus
delle sue operazioni di sfruttamento ha sistematicamente raggiunto il miliardo
di dollari l’anno, balzando a 1,645 miliardi di dollari nel 1992. Nel
1993 le sue riserve ammontavano alla cifra di 14 miliardi di dollari
Primavera 1997: la BM prova urgente bisogno di concedere prestiti
A rischio di dover subire una seria crisi di dimagrimento, stando a uno
dei suoi amministratori, la BM avrebbe dovuto sfruttare urgentemente una
riserva di capitali dormienti. A suo avviso, la BM disponeva dunque di un
potenziale di prestito non impiegato: “la BM deve essere più
attrattiva, cosi’ da potere ‘attivare’ le somme restanti”,
precisa questo amministratore belga, Luc Hubloue (Agenzia belga, 28 aprile
1997).
L’amministratore ipotizzava vari modi per impiegare nella maniera
piu’ proficua le risorse dell’organismo finanziario internazionale,
che stava in quel momento subendo la forte concorrenza delle banche commerciali.
Secondo questo personaggio, la BM avrebbe dovuto essere disposta a cofinanziare
progetti soprattutto in paesi che avevano gia’ accesso a capitali privati.
I prestiti, in questo caso, avrebbero potuto erogarsi sulla base di un programma
di investimenti del paese interessato. La BM poteva cosi’ ridurre la
durata della fase preparatoria dei progetti. Tale preparazione, infatti, secondo
Luc Hubloue, seguiva una procedura lunga e complicata, che durava a volte
un paio d’anni; cosi’ lunga, soggiungeva l’amministratore,
che certi paesi - ad esempio il Brasile - hanno preferito rivolgersi a una
banca commerciale, anche se con tassi di interesse più elevati. Alcuni
mesi dopo, i capitali della coppia FMI/BM non sarebbero piu’ bastati
per tentare di arginare la catastrofe finanziaria in Asia.
1997: scoppia un’altra crisi finanziaria
1982: crisi messicana di indebitamento; 1994: seconda crisi messicana; 1997:
prodromi della crisi nel Sud-est asiatico e nei paesi dell’Est. Ogni
volta, la BM non è stata in grado di accorgersi che stava per esplodere
la crisi. Quando cominciavano ad essere scosse la Thailandia e le altre tre
“tigri” asiatiche, la BM dichiarava nella propria Relazione del
1997 sull’Indebitamento mondiale: “L’indebitamento resta
sano. Benche’ l’aumento globale del debito superi quello delle
esportazioni, il rapporto tra lo stock del debito e quello delle esportazioni
resta a un livello contenuto: 99% nel 1996, ben piu’ basso rispetto
alla media del rapporto dei paesi con redditi medi o deboli. che saliva al
146%” (BM, 1997, p. 160).
Eppure, un’analisi seria dei dati forniti dalla stessa BM nello stesso
documento avrebbe dovuto approdare a una conclusione diversa: si poteva scoprire
che il debito del settore privato aveva compiuto un poderoso balzo in avanti
nel 1996 e, questo, senza che tale debito fosse minimamente garantito. Era
inoltre possibile notare che era vertiginosamente cresciuto il debito a breve
termine (con elevato tasso di interesse). E si poteva constatare l’aumento
del flusso di investimenti in titoli, particolarmente volatili.
Una volta esplosa la crisi, la BM ripropone come medicina i rimedi che tante
sofferenze umane sono gia’ costati, fallendo al contempo ovunque nel
rilancio dello sviluppo.
I programmi di aggiustamento strutturale stabiliti dal FMI e dalla BM
E’ interessante notare come lo stesso termine (“aggiustamento
strutturale”) compaia indifferentemente nelle raccomandazioni di politica
economica rivolte ai paesi industrializzati, al Terzo mondo o ai paesi dell’ex
campo socialista. La svolta neoliberista da’ vita a un insieme coerente
ed omogeneo di ricette, piu’ o meno identiche per il Nord e per il Sud.
La “flessibilita’” diventa la parola chiave. Al Nord, si
tratta di far saltare certi paletti istituzionali e di ridimensionare le
conquiste sociali che avevano accompagnato e sotteso i successi della crescita
economica del secondo dopoguerra e si erano poi gradatamente andate trasformando,
incidendo sulle condizioni della redditività, in altrettanti ostacoli
all’accumulazione capitalistica. Al Sud, e’ l’intervento
statale in qualsiasi forma il bersaglio delle “lettere di intenti”
negoziate dai paesi indebitati con il FMI, che esige una politica antisociale.
Se i rapporti del FMI con i paesi della periferia sono antichi, e’
negli anni Ottanta, dopo l’emergere della crisi del debito, che esso
consacra ad essi gran parte delle proprie attivita’, guadagnandovi in
potenza. Quanto alla BM, come abbiamo visto, il suo intervento aumenta in
periferia fin dalla fine degli anni Sessanta.
A partire dall’inizio degli anni Ottanta, la BM e il FMI danno vita
a una coppia per la gestione della crisi del debito e l’instaurazione
di politiche di aggiustamento. Al contempo, si trasformano in grandi percettori
di debiti.
Un paradosso: pur non essendo mai raggiunti stabilmente gli obiettivi di
ritorno alla crescita economica, nonostante si sviluppi l’instabilita’
finanziaria a causa delle politiche del FMI e della BM, entrambe queste istituzioni
si rafforzano. A partire dalla crisi messicana del 1994, va pero’ notato
che il FMI ha avuto il sopravvento sulla BM nel decidere le politiche da seguire.
La preminenza del FMI si riconferma al momento della crisi asiatica del 1997-1998.
Il ruolo della BM resta di primo piano per quanto riguarda i paesi piu’
poveri, i rapporti con le Organizzazioni non governative (per “recuperarle”),
i programmi mirati per i piu’ bisognosi.
Per quanto riguarda il termine “aggiustamento”, adeguamento,
per i paesi del Sud il punto e’ a che cosa essi si debbano adeguare.
Se si conviene che l’economica mondiale non e’ univoca ma gerarchizzata
e che i PVS non possono limitarsi semplicemente a imitare le politiche seguite
un tempo nei paesi industrializzati, la risposta e’ evidente: l’adeguamento
strutturale non offre una reale prospettiva di sviluppo, anzi e’ vero
il contrario.
Obiettivi dichiarati dei prestiti di “aggiustamento”
Tali obiettivi si esprimono nella loro quintessenza nell’art. 1 della
Carta del FMI, nella quale si puo’ leggere: “bisogna favorire
la crescita equilibrata del commercio mondiale”. In questo senso, i
paesi che importano regolarmente piu’ di quanto non esportino hanno
bisogno di essere finanziariamente sorretti per non venire esclusi dagli scambi
internazionali. Senza prestiti, niente acquisti. Stando alla spiegazione fornita
dal FMI, i suoi interventi non solo consentono a questi paesi di continuare
a partecipare agli scambi internazionali, ma i programmi di “aggiustamento”
li portano ad aumentare tale partecipazione.
Gli Statuti del FMI, inoltre, prevedono che questo istituto debba “adottare
politiche tendenti ad aiutare i suoi membri a risolvere i loro problemi di
bilancia dei pagamenti” e che prenda “misure adeguate per l’uso
temporaneo che si fara’ delle risorse”: cosa in virtu’ della
quale il FMI interviene direttamente nel decidere le politiche economiche
dei paesi che hanno richiesto prestiti.
Rispetto al debito, un programma di “aggiustamento” rappresenta
la migliore delle garanzie che un paese possa continuare a restituire. La
priorita’ di questi programmi, infatti, sono gli incassi delle esportazioni.
Una quota notevole di questi incassi riprendono rapidamente la via del FMI
e della BM, i primi creditori a recuperare le somme prestate, insieme alle
banche private (riunite nel Club di Londra) o agli Stati riuniti nel Club
di Parigi, che vengono subito dietro e che quindi ricavano tutti un vantaggio
palese dalla collaborazione con il FMI e la BM.
Debito e “aggiustamento” strutturale
Visto che i paesi sono indebitati, il FMI e la BM possono costringerli (si
tratta di una sorta di ricatto economico) a riorientare “adeguatamente”
la propria politica macroeconomica in conformita’ con gli interessi
dei creditori internazionali. L’obiettivo consiste nell’imporre
un rapporto di legittimazione dell’interesse del debito mantenendo le
nazioni debitrici in una morsa che non consente loro di imbarcarsi in un’autonoma
politica economica nazionale (Chossudovsky, 1994).
Il programma di aggiustamento strutturale e’ stato applicato su larga
scala. Mentre le condizioni vigenti nei paesi che debbono “riadeguarsi”
sono considerevolmente diverse tra loro, si applica un’unica ricetta
economica su scala planetaria. Adottare le prescrizioni del Fondo, in base
all’accordo di stabilita’ economica, non solo e’ la condizione
per ottenere prestiti dalle istituzioni multilaterali, ma da’ anche
via libera ai Club di Parigi e di Londra, agli investitori stranieri, alle
istituzioni bancarie commerciali e ai fornitori bilaterali di fondi.
E’ evidente che il paese che si rifiuta di accettare le misure di
politica correttiva del Fondo si trova di fronte a serie difficolta’
se vuole rimodulare il proprio debito e/o ottenere nuovi prestiti da destinare
allo sviluppo, o se vuole avere accesso all’assistenza internazionale.
Il FMI ha altresi’ il potere di destabilizzare seriamente l’economia
nazionale bloccando il credito a breve scadenza, destinato a sorreggere il
commercio dei beni di uso corrente.
Il FMI e la BM sono stati vieppiu’ sollecitati dai detentori di capitali
del Nord a recuperare i cosiddetti “prestiti cattivi” dovuti alle
banche commerciali. Il versamento di denaro fresco in forma di prestiti a
breve scadenza aveva lo scopo di costringere i PVS a rimborsare i loro debiti
alle banche commerciali e agli Stati: denaro fresco per facilitare il rimborso
di debiti pregressi (Chossudovsky, 1994).
Il rifinanziamento di debiti pregressi da parte degli istituti finanziari
internazionali diventa un modo per costringere i paesi del Terzo mondo a rimborsare
i debiti, inclusi gli arretrati. Per esempio, dopo le sommosse represse nel
sangue nel 1989, al momento della conversione dei “debiti cattivi”
del Venezuela presso le banche di New York in azioni garantite dagli istituti
finanziari internazionali, non un solo dollaro del totale delle misure di
sostegno del FMI e della BM e’ entrato in Venezuela.
Piu’ di recente, i prestiti forniti alla Corea, alla Thailandia, all’Indonesia
e alle Filippine dal FMI e dalla BM, dalla Banca asiatica per lo sviluppo,
mirano al rimborso del debito a breve termine dovuto da questi paesi (e soprattutto
dalle imprese private) ai magnati del Nord e della regione.
Riforma macroeconomica: il Programma di aggiustamento strutturale
I prestiti delle istituzioni finanziarie internazionali (comprese le banche
regionali per lo sviluppo legate alla BM) vengono concessi sotto forma di
sostegno alla bilancia dei pagamenti, consistono cioe’ in capitali prestati
a breve scadenza per finanziare le importazioni o per il rimborso di debiti.
Sono prestiti invariabilmente accompagnati da condizioni che impongono di
seguire una determinata politica. In altri termini, questi prestiti di natura
politica vengono concessi dalle istituzioni finanziarie internazionali a
condizione che il governo nazionale adotti un programma di stabilita’
economica e di riforme economiche strutturali, d’intesa con le esigenze
di chi fornisce il prestito.
Gli accordi relativi a questi prestiti di natura politica comportano esplicitamente
la smobilitazione delle risorse interne: non sono mai abbinati a un programma
di investimenti, come avviene per i prestiti convenzionali. (NdA - Per questa
parte del testo e per quella che segue sulle “Due fasi dell’aggiustamento
strutturale” mi sono ispirato alle due opere di Michel Chossudovsky:
La Pauvreté des nations, CADTM, Bruxelles, 1994 e The Globalisation
of Poverty, 1997, apportando elementi personali, di cui naturalmente non puo’
essere ritenuto responsabile l’autore suddetto).
Invariabilmente, l’applicazione iniziale di sostanziali riforme si
esige prima di negoziare il prestito per l’aggiustamento strutturale.
Il governo di un determinato paese deve fornire al FMI la prova che e’
“seriamente impegnato ad introdurre una riforma economica” prima
di avviare effettivamente le trattative per il prestito. Spesso il quadro
di contesto di tale processo e’ il cosiddetto “programma segreto
del FMI”, in cui quest’ultimo impone le linee politiche direttrici
e fornisce consigli tecnici al governo, senza che vi sia prima qualsiasi formale
supporto tramite il prestito. Le autorita’ indonesiane sono state costrette
a liquidare varie grandi banche nel novembre del 1997 prima di ricevere le
somme promesse dal FMI. La procedura di dichiarazione di fallimento di tali
banche ha provocato nella popolazione un panico vero e proprio e il FMI e’
stato costretto ad ammettere questo suo errore tattico agli inizi del gennaio
del 1998 (New York Times, 14 gennaio 1998). Ha poi ottenuto dal dicastero
indonesiano la sottoscrizione di un atto di sottomissione al FMI, sotto lo
sguardo dominatore di Michel Camdessus e di fronte alle telecamere.
Si ritiene dunque che il governo debba adeguarsi in modo soddisfacente al
“programma segreto” del FMI prima dell’avvio della trattativa
formale per la concessione del prestito. Una volta che questo e’ stato
concesso, le realizzazioni politiche vengono rigorosamente controllate trimestralmente
dagli istituti di Washington. Le erogazioni avvengono in varie tranches e
possono venire interrotte se non sono partite le riforme.
Suddivisione dei compiti fra i due organismi
Vale la pena di notare come vi sia fra il FMI e la BM uno stretto legame
per quanto riguarda l’attuazione del programma di aggiustamento strutturale.
In molti paesi indebitati il governo elabora uno schema di sue priorita’
nella cosiddetta “lettera di intenti” (Policy Framework Paper,
PFP). Il contenuto di tale documento viene ufficialmente deciso dal governo
del paese che richiede il prestito, ma in realta’ viene regolarmente
redatto sotto la supervisione delle istituzioni di Bretton Woods.
C’e’ un’evidente suddivisione dei compiti fra le due istituzioni-sorelle:
- il FMI si occupa delle trattative nodali di politica strutturale, prendendo
in considerazione il tasso cambiario e il passivo di bilancio:
- la BM, da parte sua, viene coinvolta nel processo di riforma strutturale
attraverso il proprio ufficio di rappresentanti al livello del paese e tramite
le sue numerose missioni tecniche. Inoltre, la BM e’ presente anche
nella maggior parte dei principali ministeri che decidono il quadro specifico
dell’aggiustamento strutturale. Le riforme in materia di sanita’,
istruzione, industria, agricoltura, trasporti, ambiente, ecc. sono sotto controllo
della BM.
Le istituzioni di Bretton Woods utilizzano svariate facilitazioni nei prestiti
a condizione che si segua una determinata politica.
Le due fasi dell’aggiustamento strutturale
Si considera in genere l’aggiustamento strutturale come suddiviso
in due fasi distinte. La stabilizzazione macroeconomica “a breve scadenza”
che comprende la svalutazione, la liberalizzazione dei prezzi e l’austerita’
fiscale, e’ seguita dall’attuazione di un certo numero di riforme
strutturali piu’ di fondo (indicate come “indispensabili”).
Spesso pero’ le riforme strutturali sono realizzate parallelamente
al processo di “stabilizzazione economica”.
Prima fase: la stabilizzazione economica a breve scadenza
1. Svalutazione - La svalutazione e l’unificazione del tasso cambiario
(che implica la soppressione dei controlli di cambio e dei tassi cambiari
multipli) rappresentano uno strumento essenziale della politica centrale.
La svalutazione, va sottolineato, viene esplicitamente attuata dagli istituti
di Bretton Woods. Il FMI svolge un ruolo politico chiave nelle decisioni relative
alla svalutazione.
Il tasso di cambio regola i prezzi pagati ai produttori diretti nonche’
il reale valore dei salari, che vengono compressi in conseguenza di un aumento
dei prezzi sul mercato interno e della deindicizzazione dei salari [abolizione
della scala mobile] imposta dal FMI.
In alcuni casi, la svalutazione e’ stata alla base della riattivazione
del commercio agricolo rivolto al mercato delle esportazioni. Piu’ spesso,
tuttavia, i profitti vanno ad esclusivo vantaggio delle grandi piantagioni
commerciali e degli esportatori agroindustriali.
Le svalutazioni vengono spesso ribattezzate nell’Africa francofona
“svalutazioni tam tam” perche’ i detentori di capitali locali,
le classi agiate in genere, hanno il tempo di prepararvisi acquistando divise
forti prima della svalutazione, per riconvertirle in moneta nazionale dopo
la svalutazione. Dopo la svalutazione del 50% del franco centrafricano del
gennaio 1994 applicata a 13 Stati africani, i detentori di capitali che avevano
cambiato a tempo i loro franchi centroafricani in divise forti si sono visti
raddoppiare di colpo il proprio capitale.
Per un paese, i guadagni a breve termine della svalutazione vengono immancabilmente
annullati quando le altre nazioni del Terzo mondo, in concorrenza, sono costrette
a loro volta a svalutare. La svalutazione della moneta viene spesso richiesta
come condizione preliminare per negoziare un prestito per l’aggiustamento
strutturale.
2. Austerita’ di bilancio - Il FMI impone precise direttrici e tiene
conto del passivo di bilancio e della composizione delle spese governative.
Le direttrici investono sia le spese operative sia quelle per lo sviluppo.
Gli istituti di Bretton Woods impongono licenziamenti di personale del pubblico
impiego e tagli drastici di programmi del settore sociale. Le misure di austerita’
colpiscono tutte le categorie di spesa pubblica.
All’inizio della crisi del debito, l’intervento delle istituzioni
finanziarie internazionali si limitava a questo: esse fissavano un obiettivo
per il passivo di bilancio, onde liberare risorse statali per gli interessi
del debito. Dalla fine degli anni Ottanta, la BM dirige rigidamente la struttura
delle spese pubbliche per mezzo della cosiddetta “rassegna delle spese
pubbliche” (Public Expenditure Review). In questo quadro, la composizione
delle spese di ciascun ministero e’ sottoposta alla supervisione degli
istituti di Bretton Woods. La BM raccomanda un “reale trasferimento
dei costi” dalle categorie regolari di spesa verso spese “miranti
a un obiettivo”. Secondo la BM, la “supervisione delle spese pubbliche”
ha lo scopo di “promuovere la riduzione della poverta’ grazie
a costi reali ed efficaci”.
La struttura per le spese “miranti a un obiettivo” si applica
anche alle spese di investimento. Il Programma d’Investimento Pubblico
(Public Investment Program), anch’esso sotto la supervisione della BM,
esige dai governi la drastica riduzione del numero obbligato”, si riduce
al minimo la costituzione del capitale per l’infrastruttura economica
e sociale indispensabile.
Per quanto riguarda i settori sociali, le istituzioni finanziarie internazionali
insistono sul criterio della copertura dei costi da parte degli utenti (i
pazienti che ricorrono ai servizi sanitari, i genitori dei bambini che vanno
a scuola) e sul graduale ritiro dello Stato dai servizi basilari, salute e
istruzione. Il concetto di “prestito concesso a condizione di puntare
a un obiettivo obbligato” viene applicato nei settori sociali ai cosiddetti
“settori vulnerabili”.
Le misure di austerita’ nei settori sociali impongono lo slittamento
dei normali programmi verso programmi subordinati al perseguimento di obiettivi
“obbligati”, cosa che e’ largamente causa del tracollo nei
settori delle scuole, delle cliniche e degli ospedali. Al tempo stesso, tali
misuri forniscono una parvenza di legittimita’ alle istituzioni con
base a Washington.
Il FMI applica al “passivo di bilancio” il concetto di “obiettivo
mobile”. Si fissa preliminarmente un obiettivo del 5% del PIL, il governo
lo raggiunge e in negoziati ulteriori, o in seno allo stesso accordo di prestito,
il FMI lo abbassa al 3,5%, con la scusa che il piano governativo di spese
e’ un piano inflazionistico. Una volta raggiunto l’obiettivo del
3,5%, il FMI esige la riduzione del passivo di bilancio all’1,5%, e
cosi’ via. Il movente di fondo di questo esercizio e’ evidente:
occorre liberare le risorse dello Stato per riuscire a pagare gli interessi
del debito estero (Chossudovsky, 1997, p.60).
3. Liberalizzazione dei prestiti - Si tratta di una misura che consiste
nell’eliminare sussidi e/o controlli dei prezzi. Immediato e’
l’impatto sul livello dei salari reali (sia nel settore formale, sia
in quello informale). La deregolamentazione dei prezzi dei cereali per uso
domestico e la liberalizzazione dell’importazione di riserve alimentari
sono altrettanti tratti essenziali del programma. Prodotti agricoli europei
o nordamericani che godono di sovvenzioni (PAC - Politica Agricola Comune
- nel caso dell’UE) invadono il mercato locale, provocando la riduzione
dei redditi dei locali produttori o comportandone il fallimento puro e semplice.
Non e’ raro, d’altronde, vedere eccedenze agricole del Nord rivendute
al Sud in un quadro di vero e proprio dumping.
Le conseguenze del programma di liberalizzazione si ripercuotono sugli stessi
prezzi di quello che entra nei paesi e sui prezzi delle materie prime. Insieme
alla svalutazione, le misure prese comportano aumenti sostanziosi dei prezzi
interni di prodotti come fertilizzanti, erbicidi, sementi, attrezzi, ecc.
e tendono ad avere immediati contraccolpi economici sulla struttura dei costi
nella maggior parte dei settori di attivita’ economica.
4. Fissazione dei prezzi dei prodotti petroliferi e dei servizi pubblici
- Il prezzo del combustibile da petrolio viene regolato dallo Stato sotto
la supervisione della BM. I rialzi del prezzo dei carburanti e dei servizi
pubblici (spesso dell’ordine di diverse centinaia di %) finiscono per
destabilizzare i produttori interni. L’elevato prezzo interno della
benzina, spesso spinto al di sopra dei prezzi del mercato mondiale, si ripercuote
sulla struttura dei prezzi dell’industria locale e dell’agricoltura.
I costi di produzione ne risultano gonfiati ben al di sopra dei prezzi nazionali,
il che provoca il fallimento di un gran numero di societa’.
Vale la pena di notare come periodici balzi del prezzo dei prodotti petroliferi
imposti dalla BM (adottati contemporaneamente alla liberalizzazione delle
importazione di beni di prima necessita’) producano l’effetto
di una “tassa di transito interno”, allo scopo di tagliare fuori
dal proprio mercato interno i produttori locali.
In numerosi PVS, l’elevato prezzo della benzina contribuisce a interrompere
il trasporto di beni all’interno del paese. L’elevato costo dei
trasporti, imposto dalle istituzioni finanziarie internazionali, e’
uno dei fattori chiave che impedisce ai piccoli produttori locali di vendere
i propri prodotti nel mercato cittadino, dove la concorrenza con i prodotti
agricoli importati dall’Europa o dal Nordamerica e’ diretta.
La BM, del resto, si e’ lanciata in un’offensiva perche’
qualsiasi tipo di servizio fornito dallo Stato diventi un servizio a pagamento
e/o venga trasferito al settore privato. Non si tratta soltanto della sanita’
e dell’istruzione, ma anche delle comunicazioni: viabilita’, reti
elettriche, idriche, ecc.. “Il fatto che anche i poveri siano disposti
a pagare per la maggior parte dei servizi infrastrutturali rende ancor piu’
possibile l’istituzione di un canone per il servizio. L’intervento
del settore privato al livello della gestione, del finanziamento o della
proprieta’ sara’ indispensabile nella maggior parte dei casi
per imprimere una svolta commerciale allo sfruttamento delle infrastrutture”
(BM, 1994, p. 3).
5. Deindicizzazione dei salari - Il FMI impone la compressione dei salari
reali sopprimendo la scala mobile e liberalizzando il mercato del lavoro.
Questo esige la soppressione nei contratti collettivi delle clausole di adeguamento
al costo della vita, cercando di porre fine alla determinazione per legge
dei minimi salariali. Va fatto assolutamente rilevare che, mentre i salari
equivalgono a un decimo o a un ventesimo di quelli pagati nei paesi capitalisticamente
avanzati, il programma di aggiustamento strutturale provoca l’aumento
dei beni correnti locali, che si portano cosi’ ai livelli dei prezzi
praticati nelle economie dei paesi capitalisticamente avanzati (e in certi
casi addirittura al di sopra).
Seconda fase: l’aggiustamento strutturale propriamente detto
L’attuazione della cosiddetta “stabilizzazione macroeconomica”
(che e’ la condizione per ottenere un finanziamento dal FMI e la rinegoziazione
del debito estero presso i Club di Parigi e di Londra) e’ immancabilmente
seguita dall’applicazione delle riforme strutturali “indispensabili”.
Il FMI e la BM si dividono i compiti. Le riforme economiche “indispensabili”
vengono “incoraggiate” dai prestiti per l’aggiustamento
strutturale (Structural Adjustement Loans) della BM e dai prestiti per l’aggiustamento
settoriale (Sectorial Adjustement Loans). L’insieme delle misure di
riforma strutturale si presentano grosso modo nel modo seguente:
6. Liberalizzazione del commercio - La soppressione delle barriere tariffarie
protettive e’ concepita allo scopo di rendere piu’ “competitiva”
l’economia nazionale. In realta’, la liberalizzazione del commercio
comporta il tracollo della produzione industriale destinata al mercato interno
e al disimpegno di capitale realmente produttivo.
7. Liberalizzazione del sistema bancario - Tale misura consiste nell’imporre
la privatizzazione delle banche pubbliche per lo sviluppo e nel deregolamentare
il sistema bancario commerciale. La Banca centrale perde il controllo della
politica monetaria: i tassi di interesse sono determinati sul libero mercato
dalle banche commerciali. Si noti che in base agli accordi sottoscritti nel
1993, le banche commerciali straniere sono autorizzate a entrare lberamente
nei settori bancari nazionali. La tendenza e’ quella alla destabilizzazione
degli istituti bancari nazionali, siano essi statali o privati.
Il FMI impone inoltre rilevanti aumenti dei tassi di interesse, reali o
nominali. La tendenza all’aumento dei tassi di interesse si ripercuote
sui prezzi interni. Tale politica comporta il tracollo del credito, sia per
l’agricoltura sia per l’industria del paese. Gli imprenditori
locali sono scoraggiati dagli elevati tassi di interesse e gli strati popolari,
e le stesse classi medie, si vedono progressivamente restringere la possibilita’
di accesso al credito, con conseguente effetto di compressione dei consumi.
Si conserva il credito a breve scadenza per il commercio estero, ma il settore
bancario nazionale tende a sganciarsi dall’economia reale. La politica
di interessi elevati praticati in paesi quali il Brasile e il Messico mobilitano
la rendita di capitale.
Il finanziamento di svariate attivita’ non produttive comprende quelle
connesse al traffico illegale e provoca un afflusso di denaro sporco. Il riciclaggio
di tale denaro viene incoraggiato ed agevolato dalla natura di queste riforme
(deregolamentazione, abbandono del controllo dei cambi, ecc.).
8. Privatizzazione delle imprese pubbliche - La privatizzazione delle imprese
pubbliche e’ regolarmente connessa alla rinegoziazione del debito estero
di un paese. Quelle che producono maggiori profitti vengono rilevate dal capitale
straniero o da consorzi e il ricavato di tali vendite viene indirizzato verso
i Club di Londra e di Parigi. I creditori internazionali e le multinazionali
ottengono in tal modo il controllo sulle imprese statali senza in realta’
effettuare alcun reale investimento. Quando un grande numero di paesi vendono
contemporaneamente le proprie imprese pubbliche il loro prezzo precipita.
A seguito del programma di privatizzazione e della riforma del sistema bancario,
il FMI esige di lasciare campo libero ai movimenti di capitali, raggiungendo
in tal modo un duplice obiettivo:
a) le societa’ straniere possono rimpatriare i profitti in divise
verso il Nord;
b) si incoraggia, grazie all’impunita’, il “rimpatrio”
verso il Sud di capitali depositati in conti segreti, compresi grandi quantitativi
di denaro sporco. Orientati verso il mercato interbancario, questi vengono
poi convertiti in moneta locale per l’acquisto di beni statali e terreni
pubblici, destinati alla vendita dalle istituzioni di Bretton Woods, nel quadro
della privatizzazione.
9. Riforma delle tasse - I cambiamenti puntano a minare la produzione interna,
da entrambi i punti di vista: della domanda e dell’offerta. L’introduzione
di una tassa sul valore aggiunto, l’IVA, o di una tassazione delle vendite,
i cambiamenti nella struttura dell’imposizione diretta, equivalgono
a un fardello più pesante per i ceti medi. La registrazione dei piccoli
produttori, dei lavoratori/venditori del settore informale, rientra nella
politica della BM per aumentare le tasse.
Uno degli autori favorevoli alla politica fiscale caldeggiata dal FMI la
presenta nel modo seguente: “Il FMI incoraggia i PVS ad avviare riforme
della loro fiscalita’ al fine di permettere una migliore allocazione
delle risorse economiche. Chiede pertanto la soppressione di livelli troppo
progressivi per l’imposta sul reddito, perche’ questi producono
distorsioni onerose nella destinazione delle risorse, stimolano la frode fiscale
e comportano ingenti carichi amministrativi per scoprire gli evasori. Le
riforme fiscali raccomandate dal FMI comprendono anche la revisione delle
tasse sul commercio estero” (Lenain, 1993, p. 55 - Patrick Lenain e’
stato funzionario del FMI). Argomenti, queste, che non hanno bisogno di commento.
10. Privatizzazione delle terre - Si tratta di una politica che consiste
nell’emissione di titoli di proprieta’ terriera nel momento stesso
in cui si eleva il tetto d’accesso a questo tipo di proprieta’.
La misura incoraggia la concentrazione di terre in mano a pochi, i piu’
ricchi, con i piccoli proprietari terrieri che tendono a rinunciare alla terra
o ad ipotecarla, finendo per trasformarsi in mezzadri, in braccianti agricoli
stagionali, o per prendere la via dell’inurbamento. Si tratta di una
misura che colpisce il diritto consuetudinario alla terra (in Africa o in
India, ad esempio), o conquiste che sono frutto di vere e proprie trasformazioni
rivoluzionarie (nel caso del Messico degli anni Novanta, si tratta della riforma
dell’art. 27 della Costituzione relativo all’ejido). Questa controriforma
della proprieta’ fondiaria ha dato luogo a forti mobilitazioni contadine
in Egitto nel 1997.
Anche la privatizzazione delle terre serve a rimborsare il debito. Le vendite
pubbliche di terreni, infatti, procurano introiti allo Stato, e questi vengono
indirizzati verso i creditori internazionali. Queste operazioni servono inoltre
a riciclare tranquillamente denaro sporco rimpatriato.
11. Mercato del lavoro - Il FMI e la BM raccomandano di flessibilizzare
la regolamentazione del mercato del lavoro. Queste istituzioni spiegano che
le rigidita’ istituzionali limitano la mobilita’ e la ricollocazione
della manodopera e sono quindi fonte di disoccupazione (Lenain, 1993, p. 58;
Decornoy, 1995; Valier, 1996). La BM ha dedicato l’intera sua Relazione
sullo Sviluppo nel Mondo del 1995 al problema del lavoro, con il titolo “Il
mondo del lavoro in un’economia senza frontiere”. Essa non esprime
intenzioni sfumate, tutt’altro: “La ricerca di una maggiore mobilita’
dei lavoratori spingera’ spesso ad applicare misure che consentiranno
al processo di distruzione di posti di lavoro - che implica licenziamenti
nel settore pubblico - di proseguire il proprio corso” (sic! - ivi,
p. 8).
Per la BM non esiste il problema di istituire o conservare indennita’
di disoccupazione per un periodo prolungato, che sarebbero secondo lei fonti
di disoccupazione. Essa fornisce la seguente definizione di una “politica
volontaristica del mercato del lavoro”: “Politica che punta ad
aiutare i disoccupati a ritrovare un lavoro o a migliorare le prospettive
future di quelli che lavorano; cio’ implica l’aiuto a trovare
un lavoro, la formazione e iniziative di creazione di posti di lavoro”;
viceversa, “una politica passiva punta a sostenere il tenore di vita
di chi non lavora tramite sovvenzioni in denaro o altro” (BM, 1995,
p. VIII).
Quanto ai salari, la BM si pronuncia inequivocabilmente per la soppressione
del salario minimo nei paesi del Terzo mondo. Essa parte da questo postulato:
dove esiste il salario minimo, “e’ troppo elevato rispetto al
reddito del paese e agli altri salari, per cui anche un aumento minimo ridurrebbe
l’occupazione” (BM, 1995, p. 88). La conclusione e’ senza
appello: “L’istituzione del salario minimo puo’ avere una
sua utilita’ nei paesi industrializzati, ma e’ difficilmente giustificabile
in paesi con basso o medio reddito” (ivi, p. 93).
12. Sindacati - Secondo la BM, i sindacati accentuano i “privilegi”
dei lavoratori del settore formale e quindi “falsano il gioco della
distribuzione dei redditi” ai danni della “moltitudine di coloro
che costituiscono la popolazione attiva del settore informale e di quello
rurale” (BM, 1995, p. 95). Essa rileva inoltre che “i sindacati
hanno a volte impegnato il proprio potere politico a contrapporsi all’aggiustamento
strutturale” (ivi, p. 96). Comunque, concede che i sindacati sono tollerabili:
“Non e’ necessario rifiutarsi di riconoscere i diritti dei lavoratori
per ottenere un incremento dei redditi” (ivi, p. 101).
13. Sistema pensionistico - Negli ultimi anni la BM si e’ occupata
della riforma dei sistemi pensionistici e sostiene attivamente il risparmio
pensione tramite capitalizzazione, per sviluppare i fondi pensionistici privati
che appunto, incoraggiati dalla BM e dal grande capitale, si sono notevolmente
sviluppati, soprattutto in Brasile, in Cile, in Messico. Ma, in Brasile, alcuni
di alcuni di questi fondi incontrano gia’ una serie di problemi e i
loro amministratori sono regolarmente implicati in episodi di corruzione.
14. Poverta’ e reti di assistenza sociale - Le istituzioni di Bretton
Woods hanno abbandonato l’idea di sradicare o di contenere la poverta’
in modo generalizzato. Si tratta ora di “gestire la poverta’”
perche’ sia “sostenibile”. Nel momento stesso in cui si
infliggono tagli ai bilanci sociali, si decidono programmi mirati per i piu’
poveri. Si pretende che questo sia il sistema piu’ efficace, ma questi
programmi “mirati” si affiancano al “contenimento dei costi”
e alla “privatizzazione” di sanita’ e istruzione (le medicine,
le visite mediche, l’iscrizione scolastica diventano a pagamento).
Lo Stato si ritira e tutta una serie di programmi, un tempo spettanti alla
giurisdizione di ministeri, vengono ormai gestiti da organismi civili, con
ONG che si sono gradatamente assunte le funzioni di governi locali. Visto
il congelamento dei fondi, la produzione su piccola scala di progetti artigianali,
il subappalto da parte delle ditte esportatrici, la formazione in comunita’
di base, i programmi di collocamento al lavoro, ecc., si effettuano sotto
la copertura della “Rete di assistenza sociale”, assicurando cosi’
la precaria sopravvivenza della popolazione al livello locale e contenendo
al tempo stesso il pericolo di sommovimenti sociali.
15. Buon governo (Good Governance) - Anche se la BM lo nega, la concessione
di prestiti a partire dagli anni Novanta e’ esplicitamente dettata da
precise condizioni politiche, fra le quali il “buon governo”.
Benche’ l’applicazione dei Programmi di aggiustamento strutturale
(PAS)esiga immancabilmente il rafforzamento di un apparato di Stato autoritario,
si richiede come corollario del “libero” mercato una facciata
di trasformazione “democratica”.
A partire dagli inizi degli anni Novanta, dopo che l’applicazione
dei PAS aveva più volte comportato ribellioni popolari in vari paesi,
il buon governo diventa un tema ricorrente per la BM. In effetti, le autorita’
locali che applicano il PAS perdono di legittimita’ agli occhi della
popolazione, in quanto sembrano rinunciare alla propria autonomia di fronte
alle istituzioni finanziarie internazionali. La BM risponde a questa situazione
dichiarandosi estranea e attribuendo ai difetti dei regimi vigenti la responsabilita’
dei tumulti popolari. Il tema del buon governo diventa un ulteriore strumento
di subordinazione dei paesi indebitati.
Nel 1990, Barber Conable, presidente della BM dal 1986 al 1991, fa la seguente
dichiarazione ai pochi Governatori africani della Banca: “Consentitemi
di essere franco: l’incertezza politica e il regno dell’arbitrio
in tanti paesi dell’Africa subsahariana rappresentano degli ostacoli
di fondo per il loro sviluppo [...]. Dicendo questo, non parlo di politica,
ma mi ergo a difensore di una maggiore trasparenza e di un’accresciuta
responsabilita’, del rispetto dei diritti umani e della legge. La governabilita’
e’ connessa allo sviluppo economico, e i paesi donatori lasciano sempre
piu’ chiaramente intravedere che smetteranno di sostenere sistemi inefficienti,
che non rispondono ai bisogni elementari della popolazione”.
Il tema del buon governo offre altri due vantaggi alla BM. In primo luogo,
essa risponde alle sempre piu’ vivaci critiche internazionali dicendo
che si preoccupa della buona gestione dei mezzi concessi ai regimi in carica
perche’ l’“aiuto” pervenga ai gruppi sociali interessati,
i poveri come gli industriali. In secondo luogo, cerca appigli nazionali al
di fuori delle autorita’ per raggiungere i propri obiettivi: le ONG
locali e straniere, i mezzi di comunicazione di massa, i poteri religiosi,
la camere padronali. La governabilita’ assume un’importanza tale
nel modo di procedere della BM che questa le dedica nel 1992 una Relazione
apposita, dal titolo: “Buon governo e sviluppo” (BM, 1992).
Come definire il buon governo? Questa la risposta di Jean Leca: “La
conformita’ dei governi dipende da un processo complementare a quello
dello scambio strumentale di risorse: la costituzione di un serbatoio di lealta’
[in un quadro di subordinazione, aggiungiamo noi - NdA], che consente di
accettare provvisoriamente uno scambio sfavorevole. [...] Si potra’
allora parlare di legittimita’ del potere come di un processo grazie
al quale i governi producono (o utilizzano) uno (alcuni) sistema (sistemi)
di giustificazione che permetta (permettano) loro di fare appello ove serva
ad altri centri di potere sociale per ottenere un’effettiva ubbidienza”
(Leca, 1985, p. 19).
In realta’, sviluppare il buon governo non implica in alcun modo la
democrazia, bensi’ la messa in atto di politiche che consentano di ottenere
il consenso degli oppressi. In numerosi casi, il discorso sul buon governo
riesce malamente a dissimulare una pratica mirante a rafforzare il potere
esecutivo e a indebolire i movimenti sociali.
Patto di lavoro dei fori sociali
Proposta di documento sul Patto di Lavoro
Per preparare le giornate di Genova è stato sottoscritto, fra i soggetti
organizzati che hanno lavorato alla loro realizzazione, un "Patto di lavoro"
che definiva finalità, obiettivi, modalità e contenuti dell'iniziativa
e che, nel mentre vincolava tutti alle scelte collettivamente assunte, si
proponeva come terreno unitario condiviso.
Molto è cambiato ed ancora sta cambiando da quelle giornate; il movimento,
se si preferisce, i movimenti contro questa globalizzazione stanno passando
in questi cambiamenti registrando un continuo allargamento e mostrando di
predisporsi ad una vita di lungo periodo. Il valore dell'unita ed il rispetto
delle differenze di espressione fra quanti vi si riconoscono o potrebbero
riconoscersi è un valore imprescindibile per le esperienze passate
e per quelle a venire che va realizzato con il confronto, la ricerca del
consenso e lo sviluppo di pratiche e modalità riconosciute da tutti.
Per questo la ricerca di un nuovo "Patto di lavoro" è un impegno cui
dedicarsi senza cercare scorciatoie ma, anche, con decisione e convincimento.
Quello che segue è un documento che ha il valore di aprire una discussione
e, quindi, non solo modificabile ma, anche, da arricchire e, se fosse necessario,
persino da riscrivere. E' nato dalla riflessione delle giornate della prima
assemblea nazionale del movimento di Firenze ed è offerto a tutti
ed a tutte con 1'obiettivo di partire con una prima base di confronto.
Nel frattempo molto è accaduto e, quindi, può persino apparire
superato non contenendo riflessioni ed ipotesi manifestatesi successivamente.
Non avendo il movimento deciso alcun luogo "legittimato" a riscrivere la
proposta o a formularne un'altra, lo mettiamo comunque in rete offrendolo
a tutti ed a tutte convinti che sia utile essendo, comunque, prodotto all'interno
della discussione e della pratica militante della nostra esperienza.
La riunione di Bologna del 13 pomeriggio, che si terra alla fine dell'assemblea
nazionale di Attac Italia, proposta per preparare 1'assemblea nazionale di
Roma. potrà raccogliere i suggerimenti e le reazioni in modo da utilizzarle
al meglio per la svolgimento dei lavori del 18 e 19 (chiediamo di mettere
in rete tutti i suggerimenti, i commenti e le opinioni che verranno raccolte
e offerte al confronto assembleare).
Buon lavoro
1. Siamo quelli e quelle di Porto Alegre, spazio aperto e plurale di incontri
e riflessioni, di formulazione di proposte e scambio di esperienze, per permettere
ai movimenti sociali che si oppongono al neoliberismo e alla dominazione
del mondo da parte del capitale, di costruire un'altra idea di mondo possibile,
fondata innanzitutto sul protagonismo diretto degli uomini e delle donne.
Ci riconosciamo nella dichiarazione dei movimenti sociali che insieme abbiamo
sottoscritto a Porto Alegre a conclusione del primo Forum sociale mondiale.
2. Siamo quelli e quelle di Genova, uomini e donne convinte dell’illegittimità
di un governo oligarchico del mondo, il G8, le cui politiche neoliberiste
generano povertà, disoccupazione, devastazione ambientale. Siamo sindacati
e Ong, associazioni e movimenti sociali, intellettuali e artisti, uomini
e donne, lavoratori e disoccupati, contadini e studenti, impegnati a costruire
una grande alleanza per creare una società nuova, lontana dalla logica
del mercato e del denaro e centrata sul primato della persona, dei bisogni
e del benessere collettivo.
3. Siamo quelli e quelle di Assisi, oppositori irriducibili, senza "se" e
senza "ma", della guerra, alimentata propria dalle politiche dei grandi della
Terra, dalla loro determinazione ad asservire il pianeta ai loro interessi
politici, economici e anche culturali. E' questo dominio oppressivo che semina
odio, xenofobia, sessismo e che costringe interi popoli a vivere nella miseria
e nella disperazione.
4. Le nostre sole discriminanti sono il ripudio della guerra, il rifiuto
del razzismo, del fascismo e del sessismo. Non conosciamo discriminazioni
religiose, né culturali. Al contrario, al nostro interno convivono
riferimenti e ambizioni differenti: la non violenza e la disobbedienza sociale,
il pacifismo e lo sciopero di massa, sono per noi forme di lotta compatibili
tra loro.
5. Siamo avversari irriducibili del terrorismo. Nonostante essa trovi proprio
nella povertà e nell'emarginazione le sue energie migliori, nessuna
contraddizione sociale, nessuna situazione disperante può giustificare
l’orrore dell'atto terroristico. Al contrario, il terrorismo è
esso stesso rivolto contro di noi, contro il nostro desiderio e la nostra
possibilità di costruire un mondo migliore.
6. Ci battiamo per politiche e per società in cui non domini la strapotere
delle multinazionali, 1'asservimento dei bisogni sociali agli imperativi
del profitto e la sovranità degli stati e dei popoli ai comandamenti
delle grandi istituzioni sovranazionali (Fmi, Omc, Banca mondiale). La globalizzazione
capitalistica che costituisce il metro di misura di queste istituzioni non
ci appartiene e per questo la rifiutiamo. Al contrario, noi ci battiamo per
una globalizzazione solidale, rispettosa dei diritti degli uomini e delle
donne, dei cittadini e dei lavoratori, dei popoli e dell'ambiente.
7. La globalizzazione rafforza un sistema sessista, patriarcale che favorisce
1'esclusione e la femminilizzazione della povertà. Essa aggrava tutte
le forme di violenza contro le donne. Il rispetto dei diritti, dei bisogni
e della libertà delle donne costituisce una dimensione centrale del
nostra agire: senza di questo un altro mondo non sarà mai possibile.
8. Non siamo e non vogliamo essere un partito politico. Il nostro obiettivo,
al contrario, e quello di salvaguardare le nostre differenti identità
e i nostri specifici obiettivi. Allo stesso tempo pensiamo di poter costruire
un percorso comune, fatto di riflessioni e di analisi, di lotte e di iniziative
rivolte al mondo esterno a noi. Non intendiamo essere autoreferenziali: crediamo
invece che fuori dalle nostre associazioni, dai nostri forum, dagli ambiti
politici e sindacali molti cittadini e molte cittadine comuni
possano essere coinvolte nel progetto di una globalizzazione solidale. E'
questo la scopo principale della nostra impresa collettiva.
9. Crediamo nella democrazia partecipata, le cui decisioni non sono prese
da pochi tecnocrati, ma che richiede invece il coinvolgimento attivo dei
cittadini, dei lavoratori, dei popoli alle grandi decisioni collettive. Crediamo
nei principi della democrazia diretta e nell'esperienza di Porto Alegre e
siamo impegnati ad estenderla e ad approfondirla. Per queste ragioni la democrazia
costituisce il fondamento del nostra lavoro collettivo: ci basiamo sul metodo
del consenso per valorizzare quello che ci unisce e relativizzare quel che
ci divide; crediamo nella pari dignità tra organismi a carattere nazionale
e/o verticale e strutture orizzontali, che si formano dal ”basso";
rifiutiamo la personalizzazione della politica e crediamo in un metodo di
decisionalità collettivo e partecipato.
10. Abbiamo principi comuni, ma anche obiettivi comuni.
* Il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, 1’Organizzazione
mondiale del commercio, la Nato, mirano a costituire la struttura di un potere
transnazionale che sovrasta i diritti delle persone, dei popoli, delle nazioni.
Noi non ne riconosciamo la legittimità ed esigiamo la fine della loro
interferenza nelle politiche nazionali. Ci battiamo invece per 1'istituzione
di organismi internazionali democratici, la cui legittimità risieda
non solo sui governi, ma anche sulla partecipazione attiva della società.
* Riteniamo illegittimo il debito pubblico internazionale dei paesi del Sud,
che, funzionando da strumento di dominio, priva i popoli dei loro diritti
fondamentali, alimentando l'usura internazionale. Ne esigiamo 1'annullamento
incondizionato e la riparazione dei debiti storici, sociali ed ecologici
maturati dai paesi ricchi verso quelli poveri.
* Avversiamo la speculazione finanziaria e la strapotere dei
mercati finanziari. Per questo chiediamo la soppressione dei paradisi fiscali,
la tassazione delle transazioni finanziarie e 1'assoggettamento delle multinazionali
alle leggi dei singoli stati. L'istituzione della Tobin tax rappresenterebbe
un utile passo avanti in questa direzione.
* Ci opponiamo a ogni forma di privatizzazione delle risorse
naturali e dei beni pubblici, in quarto costituiscono una forma di asservimento
al potere delle società transnazionali. L'energia, 1’acqua,
i trasporti, l'istruzione, la comunicazione, la salute, la cultura, sono
beni inalienabili che non possono essere ridotti a merce. Crediamo in uno
spazio pubblico completamente rinnovato in cui, tramite il metodo della democrazia
diretta e partecipativa, siano i diretti interessati a decidere sulle grandi
questioni.
* Riconosciamo ai lavoratori e alle lavoratrici gli stessi diritti
sindacali, civili e politici in qualsiasi parte del pianeta e a prescindere
dal colore della pelle. Mentre i beni e i capitali possono valicare senza
limiti qualsiasi frontiera, le persone sano costrette a controlli umilianti,
condizioni inaccettabili, repressione e schiavitù. Ci battiamo per
migliorare le condizioni di vita e di lavoro, contro lo sfruttamento del
lavoro minorile, per la libera circolazione delle persone, contro qualsiasi
limitazione ai diritti dei migranti, per un salario dignitoso in qualsiasi
parte del mondo. L'opposizione alla legge Bossi-Fini rappresenta un tassello
di questo impegno.
* La disoccupazione si accompagna spesso ad un'impennata degli utili aziendali
e delle quotazioni di borsa. Chiediamo invece che si impedisca per legge
il ricorso al licenziamento o a forme di sussidio pubblico in presenza di
utili aziendali ed esigiamo, anche qui nel cuore dell'occidente ricco, il
pieno rispetto delle garanzie fondamentali dei lavoratori, contro qualsiasi
ipotesi normativa - dalla Carta dei "diritti" europei al libro "nero”
del Ministro
Maroni - che tenda a limitarli. Allo stesso tempo ci battiamo per 1'istituzione
di misure, come il reddito sociale, per combattere la precarietà dilagante
che l'attuale sistema economico genera in tutto il mondo, compresi i paesi
occidentali, determinando 1'aumento dell'insicurezza sociale, soprattutto
per le giovani generazioni.
* Ci battiamo per un consumo responsabile, equo e solidale,
che favorisca la produzione rispettosa dell'ambiente e dei diritti delle
persone. Ci impegniamo, quindi, nel boicottaggio di quelle imprese che non
garantiscono il rispetto dei diritti sindacali e civili dei lavoratori, il
rispetto dell'ambiente e delle differenti culture.
* La terra e un bene prezioso e inaleniabile. Il suo sfruttamento in nome
del profitto, provocando la concentrazione della produzione in poche multinazionali
e asservendo intere produzioni nazionali al dominio oligarchico del mercato
mondiale, costituisce un "crimine contro 1'umanita". Chiediamo una riforma
democratica della terra, avversiamo le politiche agricole europee: le sementi
e il materiale genetico sono di proprietà dell'umanità. Esigiamo
l'abolizione dei prodotto transgenici e della concessione dei brevetti. Il
rispetto dell'ambiente e della salute costituiscono un imperativo di qualsiasi
scelta politica ed economica.
* La globalizzazione liberista produce miseria, odio, morte. Per imporsi
a popolazioni intere ha bisogno della spada costituita dalla corsa agli armamenti,
dall'aumento delle spese militari, dal rafforzamento e dal rinnovamento delle
alleanze militari, dal potenziamento degli apparati polizieschi. Noi chiediamo
lo scioglimento di queste strutture e di questi apparati perché rifiutiamo
totalmente la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti ed esigiamo
la fine della repressione e della criminalizzazione della protesta sociale.
* Il modello sociale europeo, frutto delle conquiste di decenni
di lotte sociali e civili, rischia sempre più di essere trasformato
ed asservito agli interessi economici dominanti. Noi crediamo in un’Europa
solidale, sociale, multiculturale, pacifica e ambientale. Anche per far vivere
questa ambizione ci impegniamo nella preparazione di un Forum sociale europeo,
nello spirito di Porto Alegre.
Veniamo da storie diverse e da percorsi differenti. Ma crediamo fortemente
nella modalità reticolare che abbiamo conferito al nostra lavoro comune.
La nostra unità ha arricchito le nostre differenze; le nostre differenze
sono la garanzia dell'efficacia della nostra unità. Crediamo in questo
principio e lo proponiamo a tutti quelli e quelle che in questi mesi si sono
uniti al nostro percorso, convinti e convinte di poter compiere ancora molta
strada assieme. La costruzione di un mondo diverso è esercizio faticoso
e paziente.
Noi abbiamo appena cominciato.
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